Etica, business e outdoor

INT – Andrea Ercole, titolare

Da quasi sessanta anni la ditta Ercole porta il suo contributo al mondo del Tempo Libero e dell’outdoor. Per questa ragione abbiamo chiesto al titolare, Andrea Ercole, di rispondere a qualche domanda per raccontarci la storia dell’azienda e del pensiero che sta alle spalle di questo lavoro. Buona lettura.

Ciao Andrea; come sempre, di getto: nome e cognome, età e luogo di nascita.
Andrea Ercole, 56 anni, Vicenza.

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Non è scontato che un imprenditore, specie se di un grande negozio, pratichi lo sport o l’attività che tratta in negozio. Tu invece di sport di montagna ne fai e ne hai fatti diversi…
Ho sempre pensato che per consigliare un prodotto a un cliente si debba averlo provato di persona, per capire a cosa serve e come si usa.

In realtà sono sempre stato molto sportivo: quando avevo cinque anni mia mamma mi portò dal pediatra, il quale le ordinò di farmi fare sport; judo e sci in inverno e nuoto d’estate. Ho sempre fatto sport per passione, anche se non ho mai vinto nulla in quanto non sono mai stato competitivo e non avevo le capacità per esserlo. Questo non mi ha però impedito di togliermi belle soddisfazioni personali: ho anche partecipato a una spedizione alpinistica nello Shivling, montagna del Garhwal indiano sull’Himalaya; oltre che a varie gare di ultratrail e di triathlon in ambiente. L’ultima scoperta è lo swimrun – l’abbinamento della corsa con il nuoto, sempre in ambiente: litorali deserti, boschi in montagna e colline, abbinati al nuoto in laghetti di montagna o in mare.

E a correre come hai iniziato?
Ho sempre corso, fino dall’età di sette anni: ricordo la prima marcia del paese accompagnata dal diluvio universale per tutti i 12 km del percorso. Lì ho capito che il fango e il brutto tempo mi erano congeniali.

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Ercole è ormai un negozio storico; hai voglia di raccontarci la sua storia?
La ditta Ercole nasce nel 1965 a Dueville, un paese a qualche chilometro da Vicenza.

Inizialmente il negozio sorge in una stanza di quattro metri per quattro trattando articoli casalinghi; venne aperto da mio papà Gian Pietro, ancora oggi attivamente coinvolto nel negozio. Da qui il negozio si sposta in centro a Dueville, e negli anni aumenta la proposta commerciale aggiungendo prima i giocattoli e un paio di anni dopo il neonato.

Intorno al ‘75 si vendono le prime due tende da campeggio, e l’anno successivo l’esposizione si fa più importante.

Il salto di qualità arriva nel ‘78 con il trasferimento lungo la Statale Marosticana, che collega Vicenza e Bassano del Grappa. Nella nuova sede la filosofia è quella di diventare un punto di riferimento per il “Tempo Libero” e per tutti coloro che amano la vita all’aperto in generale. Così nei primi anni Ottanta abbiamo aggiunto anche i mobili da giardino e gli articoli sportivi. La continua crescita qualitativa ha portato l’azienda a vantare 15.000 m2 di area espositiva, di cui più di 9.000 coperti, diventando uno dei maggiori punti vendita del plein-air.

Crediamo che il valore aggiunto del nostro negozio sia la passione e la forza del personale. I collaboratori, infatti, sono tutti veri appassionati della materia che trattano e questo dona loro la capacità di confrontarsi col cliente sempre in maniera propositiva.

Anche noi titolari, sempre in negozio, seguiamo in prima persona quante più trattative possibili, impostando ogni settore in maniera completamente autonoma l’uno dall’altro permettendo quindi la massima libertà di movimento per cercare sempre alternative di tendenza e risposte alle esigenze del mercato.

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Andrea, com’è cambiato il mercato dell’outdoor da quando hai iniziato?
Da quando ho iniziato, nell’85, il mercato outdoor è cambiato molto. Tra tutti i settori che trattiamo esso continua a trasformarsi, anche grazie agli investimenti costanti delle aziende del settore. È anche cambiato il modo in cui il cliente si approccia: è molto più preparato, ed è coinvolto in una comunità che vive il tempo libero e l’attività all’aria aperta in modo consapevole e che sta creando una cultura e un’attenzione ecologica.

Andrea, un grande negozio naturalmente deve anche vendere, ma tu non hai mai nascosto un secondo obiettivo, quello di fare cultura outdoor; non tanto nel senso di istruire il cliente come se fosse uno scolaretto ma piuttosto di incoraggiarlo a una visione consapevole del vivere la montagna. Qual è la tua idea in proposito?
Nel tempo mi son reso conto che vendere per vendere non mi dà soddisfazione, ma se al cliente a cui vendo un paio di calzini riesco anche a far capire il significato del prodotto che sta comprando e gli aspetti che ci sono dietro allo sviluppo di ciò che usa allora sono soddisfatto. Questo permette anche di creare un forte contatto con il cliente.

Che tendenze vorresti vedere e come vorresti vedere cambiare il mercato outdoor, o anche solo il tuo mercato, se preferisci, nei prossimi anni?
Il mercato outdoor in generale sta prendendo sempre più clienti – vedi per il momento – riscoprendo il vivere all’aria aperta. Sarebbe molto importante che buona parte dei giovani che non aveva mai provato il vivere all’aria aperta in modo indipendente e autonomo rimanesse in questo mondo una volta finita la pandemia, portando con sé una più forte idea di ecologia, magari anche di prodotto.

Il mio sogno sarebbe creare anche attorno al negozio una comunità outdoor consapevole, ecologica e rispettosa degli equilibri naturali, anche se forse è un’utopia.

Tutto questo però stando sempre bene coi piedi per terra. Per quello che ho potuto osservare conoscendoti, sei una persona che si entusiasma sinceramente per le belle cose; cosa che può sembrare in contrasto con lo spirito cinico che ci si aspetta da un imprenditore. Secondo te si possono conciliare i due aspetti? L’idealismo e la passione con l’imprenditorialità?
Ecologia e business possono andare a braccetto se c’è buon senso e rispetto.

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Tornando per un momento alla tua attività sportiva ma tenendo ferma la cultura degli sport di montagna, possiamo dire che tu la corsa in montagna in Europa l’hai vista nascere? Com’è cambiata?
Sai, col tempo tutte le cose si modificano. La corsa in montagna è, ed è stata, una tendenza importante, una moda, ma come tutte le mode rischia di sfiorire. Credo che dopo la pandemia molte delle corse che non avevano storicità – oltre che qualità del servizio e bellezza del percorso – non si ripresenteranno più nel panorama gare. Sarebbe bello dargli nuovamente i concetti che avevano una volta, come la totale autonomia o farle prive di assistenza, e che invece ci facciano sentire più il senso della comunità, creando aggregazione. Il cronometro non è più così importante.

Come negozio pensi di poter avere un ruolo in questo processo di trasformazione?

È difficile trasformare realmente questo mondo, ci sono troppe persone che hanno abitudini tradizionali, ma possiamo usare un momento come quello che stiamo vivendo per spingere dei concetti più sentimentali e sinceri. Creare ora dei punti fermi da seguire quando ripartiremo sarebbe già una grande cosa per impostare un modo nuovo di fare sport.

Il tuo capo preferito?
Sono un appassionato di tutto ciò che viene sviluppato da Patagonia; appassionato per la qualità del prodotto, per le elevate performance dei tessuti, e soprattutto per la filosofia che precede la produzione e segue il recupero del prodotto dopo l’uso.

Prossima meta (appena si potrà)?
La prossima meta sarà la mia prima 100 miglia, la 100 miglia d’Istria; non appena si potrà fare, quando finalmente torneremo alla normalità. Il sogno invece è quello di partecipare a Western States 100 [sospira] – mah, io lo spero ancora!

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E come?
Il mezzo di trasposto sarà finalmente un Van Kyros di Trigano, che proverò a usare all’occorrenza visto che ne avremo a disposizione per il noleggio. Fino ad ora ho sempre sfruttato tutte le potenzialità del mio SW: per dormire, per cambiarmi e per mangiare. Del resto è sufficiente un po’ di organizzazione e degli accessori giusti ed è tutto fattibile.

Qualcos’altro da dichiarare? Un consiglio al lettore o una frase memorabile con cui chiudere l’intervista?
In questo momento, in cui si parla e si vive solo la pandemia, i miei pensieri ricadono sempre su considerazioni filosofiche cercando di immaginare cosa questa situazione ci lascerà e cosa cambierà. L’uomo ha una memoria troppo corta per consolidare ciò che impara, fare tesoro e reagire al meglio nei momenti difficili, per questo temo che tutto questo disastro non porterà necessariamente a un’evoluzione positiva. Spero davvero di prendere un granchio.

Grazie Andrea.

True vanlife

Intervista ad Andrea Tarlao. A cura di Filippo Caon. Foto di Elisa Bessega.

Da bambino sognavo di vivere in un camper con cui potermi muovere portando dietro tutto il mio mondo – ero troppo legato agli oggetti, e forse lo sono ancora. Poi le cose sono andate diversamente; ma quando leggo la storia di qualcuno che vive in furgone, magari anche soltanto per un periodo della sua vita, mi ritorna in mente quel desiderio.
In fondo lo abbiamo fatto tutti un milione di volte: chiudere gli occhi e immaginarci in un furgone, con un paio di sci sul tettuccio e una coppia di mezze corde nel bagagliaio, e andarcene in giro per l’Alaska o per la California.

Con i social non dobbiamo più chiudere nemmeno gli occhi, basta aprire Instagram e cercare #vanlife per vedere miliardi di immagini di gente che fa finta di fare la vita che vorremmo fare noi. Poi come campino tutte quelle persone non lo sa nessuno, ma è bello immaginare che ci sia gente abbastanza ricca da vivere eternamente in vacanza senza fare nulla.
Ciononostante,
a noi le storie troppo belle per essere vere non interessano più di tanto, e quindi siamo andati a cercare qualcuno che quella vita la fa veramente. E che per farla ha deciso di rinunciare a un po’ di cose, prendendo il bello e il brutto di ciò che questo comporta.

DSCF2911-12Andrea Tarlao era un amico di amici, ci siamo incontrati quest’anno a Destination Santa, una gara/reunion che degli amici organizzano a casa loro in Valfurva. Io, quel giorno, impigrito dall’annata, ho corso la 42 km, mentre Andrea ha corso la sua prima 50 miglia (sì, 80 km). Ed è arrivato uno.

Andrea, di getto: nome, cognome, età, città di nascita, città in cui hai vissuto. E poi le domande serie: cosa si prova a correre 50 miglia?

Allora… Andrea Tarlao, 34 anni, prossimo ai 35, nato e vissuto a Gorizia (Italia), per poi trasferirmi prima a Parigi e poi a Berlino.

Sinceramente, non me l’aspettavo di correre le 50 miglia, effettivamente la mia intenzione era di correre i 40 km, però poi mi sono lanciato e mi sono lasciato prendere dall’entusiasmo all’ultimo momento. Devo ammettere che è stata un’esperienza indimenticabile. Che dire? La montagna è il mio elemento e mi piace viverla arrampicando e correndo. Adoro la fatica e il gioco di potere che si crea tra mente e corpo: ti fa sentire vivo.
Ho corso i primi 40 km in compagnia di un altro atleta, il tempo è volato e i panorami hanno aiutato ad azzerare la fatica. Nella seconda parte, dopo 1000 m di dislivello in una manciata di km, quando l’adrenalina era ancora alta, ho avuto un primo cedimento.
Mi sono seduto per qualche minuto ad un bivio: da una parte potevo facilmente rientrare in paese e dall’altra 35 km di salite e discese. Ho chiuso gli occhi e mi sono detto che potevo farcela. Da quel momento ho alternato corsa a camminata in base ai cedimenti della mente (tra non lo farò mai più, che idea di… e non mi fermerò). Negli ultimi 5 km l’energia è risalita e ho ripreso a correre come se non avessi avuto 75 km sulle gambe. All’arrivo tutti i pensieri negativi sono spariti e la voglia di provare a superare un altro traguardo si è insediata dentro di me.

Te l’avranno chiesto un milione di volte: dove hai passato la quarantena?

slacklineLa quarantena l’ho passata ad Albarracin, in Spagna, un piccolo paese nella provincia di Terruel. Una mecca per il bouldering su massi di arenisca rossa. Purtroppo l’arrampicata non era permessa.
Un’amica però ci ha lasciato parcheggiare i furgoni nel suo giardino, dove abbiamo installato delle slackline e highline tra gli alberi. Abbiamo montato un ‘campus Board’ (per allenarci nell’arrampicata). Poi dopo qualche settimana ho deciso di rientrare in Slovenia dove vive mia madre, per cambiare furgone e approfittare del lockdown per camperizzarlo.

Non ti chiederò perché hai deciso di vivere in un furgone, mi piace pensare che sia una cosa personale, ma ti chiedo a cosa hai rinunciato per poterlo fare, sempre che tu abbia rinunciato a qualcosa. E cosa hai guadagnato.

Quando ho comprato e camperizzato il mio primo furgone vivevo a Berlino, pensavo di andare in Spagna per un mese ad arrampicare con degli amici, poi le cose mi sono un po’ sfuggite di mano, ora sono quattro anni che vivo in van. Cosa ho guadagnato… sicuramente una sensazione di libertà, non ho bollette da pagare non ho un affitto e non avendo famiglia da mantenere non mi fa paura se i soldi in banca sono pochi.
Perdere delle sicurezze può spaventare a morte però credo ti faccia capire che le cose importanti non sono le otto ore di lavoro e lo stress che ne deriva. Ogni mattina mi sveglio in mezzo alla Natura, tiro fuori il mio materassino e faccio un po’ di stretching, una sana colazione con tanta frutta e avena e via ad arrampicare o a correre. Sicuramente non è una vita per tutti e le incertezze per il futuro sono molte, però per me ne vale la pena.

Parlaci della tua stufa.

Andrea TarlaoL’idea della stufa è nata durante il primo anno di viaggio. Molti vanlifer possiedono una stufa a legna, che dà sempre una bella sensazione di casa. Quando ho cambiato il furgone e sono passato da un Transporter ad un Ducato L3H2, ho subito fatto il foro sul tetto per la canna fumaria.
A differenza di molti che se la costruiscono da soli, io ho trovato un sito inglese che vendeva piccole stufe per outdoor e l’ho ordinata. Non c’è nulla di più bello ed accogliente quando fuori piove e la temperatura si abbassa di riscaldare l’ambiente e cenare assieme a qualche amico, sempre lasciando un po’ di finestra aperta per il giro d’aria…

La vanlife è esplosa negli ultimi anni. E come è naturale che sia è esplosa anche la sua presenza sui social. Qual è il tuo rapporto con Instagram, e cosa pensi delle foto delle ragazzine in bikini sul retro di un van?

Instagram lo uso pochissimo. Cerco di lasciare il cellulare in van quando arrampico o corro… praticamente tutto il giorno. Anche quella è una forma di non libertà.
Per quanto riguarda le ragazze in bikini, le ho viste solo sui social, nella realtà non ne ho viste molte, forse ho sbagliato sport per incontrarle, però quel che è certo è che ho incontrato ragazze assai toste che fanno la mia stessa vita.