Borracce, zaini e bottigliette di Coca Cola

Una storia dell’idratazione nell’ultrarunning

Dunque, un po’ di storia.

A metà anni Novanta Marco Olmo si trova nella sua stanza di Robilante (Piemonte) a pensare alla logistica della sua prima corsa nel deserto: la Marathon des Sables. Senza pensarci troppo prende ago e filo e cuce due porta-bottigliette sugli spallacci del suo zaino, forse un Invicta.

Marco Olmo con uno dei suoi zainetti

Da lì a qualche anno un marchio di attrezzatura francese farà di quell’intuizione la propria cifra, aprendo anche una linea di prodotti progettati in collaborazione con Olmo. Nessuno lo vide però mai correre con uno di quegli zaini, restando fedele ai suoi prototipi. «Chi progetta gli zaini non li usa» dichiara sprezzante in un’intervista. Fatto sta che Olmo è stato uno dei primi a utilizzare sistematicamente un sistema di idratazione che oggi viene usato da tutti i brand di attrezzatura da corsa, da scialpinismo e da montagna.

Ma l’ultrarunning ha una storia più lunga di quello che crediamo noi europei.

Pantaloncini scarpe e borraccia. Tony corre senza troppe paranoie tra le montagne del Colorado.

Nel 1974, un’altra leggenda di questo sport, Gordy Ainsleigh, si presentò alla linea di partenza di una corsa a cavallo di 100 miglia con un paio di scarpe da ginnastica e senza cavallo, infortunato poco prima. Da lì a qualche anno dalla sua intuizione di correre la gara a piedi nascerà una delle corse più celebri della disciplina: Western States 100 Endurance Run.

Gordy Ainsleigh sale verso Emigrant Pass durante una Western States degli anni Novanta.

Corsa tra i torridi canyon che dall’alta Sierra Nevada portano al Gold Country, il principale problema dei pionieri della gara fu l’acqua. I giorni precedenti alle prime edizioni, quando ancora non c’era una vera assistenza lungo il percorso, i corridori ripercorrevano il tracciato di gara per lasciare dell’acqua dietro ai cespugli, per poi tornare a riprendere le bottiglie vuote i giorni successivi.

La soluzione più ovvia per avere un po’ d’acqua tra un punto e l’altro era quella di correre con una bottiglietta di Coca Cola in mano, talvolta fissata al palmo con un nastro di scotch.

Più per necessità che per intuizione, da lì a qualche anno (in realtà ne passarono una ventina), alcuni brand di attrezzatura sportiva iniziarono a produrre le prime handheld bottle, borracce ergonomiche realizzate con dei comodi lacci che le fasciano la mano.

Jenn Shelton con una bottiglietta di plastica alla vecchia maniera sui sentieri dell’Idaho.

Di zaini con il porta borraccia sugli spallacci oggi ce ne sono svariate tipologie e modelli (venite in negozio a dare un occhio al nuovo ‘Slope’ Patagonia); e così di borracce a mano. In Europa, un po’ per la conformazione delle nostre montagne, per la tipologia dei sentieri, per l’abitudine a correre con i bastoncini e per il materiale obbligatorio presente nelle gare, questa soluzione è la più utilizzata. Ma anche da noi una nicchia di runner corre con le borracce a mano, soluzione che in realtà bene si adatta a diversi terreni (talvolta più dello zaino). Lo zaino, per quanto comodo, è comunque caldo e appesantisce il gesto della corsa.

Per i puristi della corsa, noi di Ercole a fianco a una vasta scelta di zaini da trail offriamo anche alcuni modelli di borraccia a mano (Camelbak e Hydrapak). Se sei affascinato da una corsa senza fronzoli passa a dare un occhio in negozio. Ci vediamo sui sentieri.

True vanlife

Intervista ad Andrea Tarlao. A cura di Filippo Caon. Foto di Elisa Bessega.

Da bambino sognavo di vivere in un camper con cui potermi muovere portando dietro tutto il mio mondo – ero troppo legato agli oggetti, e forse lo sono ancora. Poi le cose sono andate diversamente; ma quando leggo la storia di qualcuno che vive in furgone, magari anche soltanto per un periodo della sua vita, mi ritorna in mente quel desiderio.
In fondo lo abbiamo fatto tutti un milione di volte: chiudere gli occhi e immaginarci in un furgone, con un paio di sci sul tettuccio e una coppia di mezze corde nel bagagliaio, e andarcene in giro per l’Alaska o per la California.

Con i social non dobbiamo più chiudere nemmeno gli occhi, basta aprire Instagram e cercare #vanlife per vedere miliardi di immagini di gente che fa finta di fare la vita che vorremmo fare noi. Poi come campino tutte quelle persone non lo sa nessuno, ma è bello immaginare che ci sia gente abbastanza ricca da vivere eternamente in vacanza senza fare nulla.
Ciononostante,
a noi le storie troppo belle per essere vere non interessano più di tanto, e quindi siamo andati a cercare qualcuno che quella vita la fa veramente. E che per farla ha deciso di rinunciare a un po’ di cose, prendendo il bello e il brutto di ciò che questo comporta.

DSCF2911-12Andrea Tarlao era un amico di amici, ci siamo incontrati quest’anno a Destination Santa, una gara/reunion che degli amici organizzano a casa loro in Valfurva. Io, quel giorno, impigrito dall’annata, ho corso la 42 km, mentre Andrea ha corso la sua prima 50 miglia (sì, 80 km). Ed è arrivato uno.

Andrea, di getto: nome, cognome, età, città di nascita, città in cui hai vissuto. E poi le domande serie: cosa si prova a correre 50 miglia?

Allora… Andrea Tarlao, 34 anni, prossimo ai 35, nato e vissuto a Gorizia (Italia), per poi trasferirmi prima a Parigi e poi a Berlino.

Sinceramente, non me l’aspettavo di correre le 50 miglia, effettivamente la mia intenzione era di correre i 40 km, però poi mi sono lanciato e mi sono lasciato prendere dall’entusiasmo all’ultimo momento. Devo ammettere che è stata un’esperienza indimenticabile. Che dire? La montagna è il mio elemento e mi piace viverla arrampicando e correndo. Adoro la fatica e il gioco di potere che si crea tra mente e corpo: ti fa sentire vivo.
Ho corso i primi 40 km in compagnia di un altro atleta, il tempo è volato e i panorami hanno aiutato ad azzerare la fatica. Nella seconda parte, dopo 1000 m di dislivello in una manciata di km, quando l’adrenalina era ancora alta, ho avuto un primo cedimento.
Mi sono seduto per qualche minuto ad un bivio: da una parte potevo facilmente rientrare in paese e dall’altra 35 km di salite e discese. Ho chiuso gli occhi e mi sono detto che potevo farcela. Da quel momento ho alternato corsa a camminata in base ai cedimenti della mente (tra non lo farò mai più, che idea di… e non mi fermerò). Negli ultimi 5 km l’energia è risalita e ho ripreso a correre come se non avessi avuto 75 km sulle gambe. All’arrivo tutti i pensieri negativi sono spariti e la voglia di provare a superare un altro traguardo si è insediata dentro di me.

Te l’avranno chiesto un milione di volte: dove hai passato la quarantena?

slacklineLa quarantena l’ho passata ad Albarracin, in Spagna, un piccolo paese nella provincia di Terruel. Una mecca per il bouldering su massi di arenisca rossa. Purtroppo l’arrampicata non era permessa.
Un’amica però ci ha lasciato parcheggiare i furgoni nel suo giardino, dove abbiamo installato delle slackline e highline tra gli alberi. Abbiamo montato un ‘campus Board’ (per allenarci nell’arrampicata). Poi dopo qualche settimana ho deciso di rientrare in Slovenia dove vive mia madre, per cambiare furgone e approfittare del lockdown per camperizzarlo.

Non ti chiederò perché hai deciso di vivere in un furgone, mi piace pensare che sia una cosa personale, ma ti chiedo a cosa hai rinunciato per poterlo fare, sempre che tu abbia rinunciato a qualcosa. E cosa hai guadagnato.

Quando ho comprato e camperizzato il mio primo furgone vivevo a Berlino, pensavo di andare in Spagna per un mese ad arrampicare con degli amici, poi le cose mi sono un po’ sfuggite di mano, ora sono quattro anni che vivo in van. Cosa ho guadagnato… sicuramente una sensazione di libertà, non ho bollette da pagare non ho un affitto e non avendo famiglia da mantenere non mi fa paura se i soldi in banca sono pochi.
Perdere delle sicurezze può spaventare a morte però credo ti faccia capire che le cose importanti non sono le otto ore di lavoro e lo stress che ne deriva. Ogni mattina mi sveglio in mezzo alla Natura, tiro fuori il mio materassino e faccio un po’ di stretching, una sana colazione con tanta frutta e avena e via ad arrampicare o a correre. Sicuramente non è una vita per tutti e le incertezze per il futuro sono molte, però per me ne vale la pena.

Parlaci della tua stufa.

Andrea TarlaoL’idea della stufa è nata durante il primo anno di viaggio. Molti vanlifer possiedono una stufa a legna, che dà sempre una bella sensazione di casa. Quando ho cambiato il furgone e sono passato da un Transporter ad un Ducato L3H2, ho subito fatto il foro sul tetto per la canna fumaria.
A differenza di molti che se la costruiscono da soli, io ho trovato un sito inglese che vendeva piccole stufe per outdoor e l’ho ordinata. Non c’è nulla di più bello ed accogliente quando fuori piove e la temperatura si abbassa di riscaldare l’ambiente e cenare assieme a qualche amico, sempre lasciando un po’ di finestra aperta per il giro d’aria…

La vanlife è esplosa negli ultimi anni. E come è naturale che sia è esplosa anche la sua presenza sui social. Qual è il tuo rapporto con Instagram, e cosa pensi delle foto delle ragazzine in bikini sul retro di un van?

Instagram lo uso pochissimo. Cerco di lasciare il cellulare in van quando arrampico o corro… praticamente tutto il giorno. Anche quella è una forma di non libertà.
Per quanto riguarda le ragazze in bikini, le ho viste solo sui social, nella realtà non ne ho viste molte, forse ho sbagliato sport per incontrarle, però quel che è certo è che ho incontrato ragazze assai toste che fanno la mia stessa vita.