Malga Foraoro: i nuovi movimenti, le vecchie amministrazioni

Intervista di Filippo Caon a Vitor Pereira

Il passato e il futuro della Prealpe veneta tra carte, concessioni e beni comuni.

Malga Foraoro sta là. Si vede da tutta la provincia, anche dal Basso Vicentino, nelle giornate limpide. È un prato a balcone sulla pianura, a milletrecento metri sul livello del mare. Da diversi anni è gestita da Vitor e Zeudi, portoghese lui e veneta lei. Sono stati la prima malga nella storia dell’Altopiano di Asiago a tenere aperto d’inverno, oltre ad essere un punto di riferimento nel movimento outdoor dell’area. Gare, concerti, eventi. Una bella realtà, visionaria, senza dubbio.

È stato bello, ma sta per finire, almeno qui e con questa forma: il sindaco di Caltrano non rinnoverà a Vitor e Zeudi la concessione per la gestione della malga per il prossimo inverno.

Qui non è solo una malga che riapre, ma un intero mondo – il nostro, se volete – che fallisce sotto l’incedere di amministrazioni sonnecchianti e poco lungimiranti.

Domenica, una delle ultime di apertura, sono salito in malga per fare una chiacchierata con Vitor, davanti a una (buona) birra. Parliamo sull’atrio della malga, in una fredda e limpida giornata di ottobre. Sul fondo si vede il mare, la laguna, poco sotto di noi il corso dell’Astico che porta a Breganze, il Summano e le Piccole poco più a destra. Qui quello che ci siamo detti. Buona lettura.

Vitor: La parte politica di ciò che è successo non mi spaventa. Noi facciamo un post su Facebook, qualcuno lo prende e poi ci fa quello che vuole. L’unica cosa che noi volevamo era che la gente si esprimesse, ed è successo.

Noi siamo passati da essere tatuatori e musicisti a Londra a fare una vita in montagna. Ho conosciuto Zeudi a Londra, poi lei è venuta a trovarmi in Portogallo, e io sono venuto a trovarla qua innamorandomi del territorio. Zeudi viene da una famiglia di malgari e di pastori, e stando qua con lei ho conosciuto quel tipo di vita. Nei miei viaggi ho sempre provato ad allontanarmi dalla civiltà, dai centri urbani, e così è successo anche qua. La mamma di Zeudi e il suo compagno gestivano questa malga prima di noi. Dopo essere rientrati a Londra abbiamo avuto nostro figlio, ma dopo poco siamo riusciti a tornare qua e abbiamo preso in gestione la malga. Ma non volevamo gestire soltanto la malga, il nostro progetto era di una montagna diversa. Non abbiamo mai avuto dubbi che fosse fattibile. Sin dall’inizio abbiamo pensato che non avesse senso tenerla chiusa per la maggior parte dell’anno.

Filippo: Da quanto la gestite?

V: Sono sei anni, e questo doveva essere il quarto inverno. Nella storia dell’altopiano siamo la prima malga ad aver aperto in inverno. Il primo giorno di apertura fuori stagione fu quello di Vaia, la più grande tempesta del secolo. L’anno scorso abbiamo avuto la più grande nevicata del secolo. E non abbiamo mai avuto nessun problema strutturale. È ingiustificabile quello che è successo.

F: Ma spiegami la storia dall’inizio.

V: Il sindaco di Caltrano [il Comune che gestisce la malga, ndr] ha dichiarato che l’anno scorso sono emerse delle problematiche a causa di un intervento dell’Enel per un danno all’impianto della nostra malga e di quella appena sotto di noi. Per cui il sindaco avrebbe dovuto autorizzare il soccorso alpino ad aprire la strada agli ingegneri dell’Enel per l’intervento. Lui dice che è sua responsabilità penale, ma non è così. È necessario firmare un’assicurazione per permettere l’intervento ma la responsabilità penale non è del sindaco.

L’Enel è obbligata da statuto a sistemare un guasto entro otto ore. Ma è un protocollo dell’Enel, non c’entra niente col sindaco di Caltrano.

F: In pratica hanno sfruttato questa autorizzazione per imporvi la chiusura per motivi di sicurezza. No?

V: Sì. Ma noi in tutti questi anni abbiamo firmato dei documenti in cui ci assumevamo la responsabilità di eventuali danni nel periodo invernale. Perché in estate normalmente ce l’ha il comune: la malga è del comune perché appartiene alla comunità.

Ma noi avevamo svincolato il Comune da questa responsabilità, proponendo al sindaco di assumerci anche gli oneri economici per gli interventi in inverno.

Pensa che noi in malga abbiamo solo stufe, non abbiamo una caldaia elettrica. Il che significa che io devo accendere le stufe tutti i giorni, eppure non abbiamo mai avuto problemi. Il Rifugio Alpino, qua dietro, l’anno scorso, con la vecchia gestione, è rimasto a quindici giorni senza elettricità, la caldaia non è andata e gli impianti idraulici sono esplosi. Qua non è mai successo nulla di simile. Perché chiudono noi?

Non riusciamo a capire come sia possibile che pur avendo tutti i documenti forniti dalla Regione che dividono le responsabilità penali del sindaco dalle nostre, il sindaco si possa rifiutare di guardarle. Questo è davvero grave.

La verità è che parlare di economia alternativa in montagna non è negli interessi della maggioranza dei sindaci locali. Per i sindaci la malga deve essere alpeggio e formaggio. Basta. Ma i sindaci non sono disposti a fare un tipo di investimento culturale in questo senso. Ma come fai ad avere una resa di quel formaggio? Lo devi vendere. Ma mica lo vendi a casa. Devi aprire un agriturismo. E di questo nessuno ne parla. Ma tutto è a carico nostro.

Non ci siamo mai proposti come dei semplici malgari (non c’è nulla di ‘semplice’ nel malgaro, ma hai capito). Noi volevamo proporre anche altro, e volevamo dare un’impronta alla malga. La malga fa parte del territorio, e volevamo dimostrare che ci sono altre cose da fare in montagna.

F: Voi vi occupate anche del bestiame?

V: In estate sì. Per conto di un’azienda agricola. Gestiamo sia lo stabile che i pascoli.

F: Nel Vicentino la presenza di Malga Foraoro si sente ed è molto forte. Ma una carrellata di cose che avete fatto, per chi non vi conosce?

V: Siamo partiti con eventi a culturali. Abbiamo organizzato workshop esperienziale in cui un gruppo indiano mostrasse la cultura tribale indiana. All’inizio arrivare in montagna e vedere un gruppo di indiani sembrava strano. Abbiamo fatto concorsi fotografici e mostre, abbiamo avuto musicisti, gare podistiche, eventi enogastronomici. Abbiamo fatto una serie di presentazioni con autori per parlare con loro e presentare i loro libri. Sono venuti Luigi Sebastiani e Giancarlo Ferron, e una serie di attivisti della montagna.

Dopo il Covid è diventato più che altro un punto di ristoro più simile a un agriturismo, d’altronde non c’era tempo di fare altro. Ma siamo un punto Hoka One One, e abbiamo un centro test di scarpe, siamo partner di Ferrino, e presto ci saranno anche altre aziende, in modo da permettere di testare materiale direttamente in montagna. Per noi sono cose basilari, ma crediamo che sia giusto farlo. Abbiamo avviato il primo protocollo ULSS per la raccolta e la filtrazione dell’acqua piovana. Non abbiamo fatto nulla di diverso da quello che facciamo nella nostra vita.

Io ho una casa, i miei figli non vivono qui, e in inverno passo settimane senza vederli per stare in malga. Molte volte li vado a prendere con la slitta per il weekend, e tante volte in inverno li portavo su sulle spalle. Non ho mai detto a nessuno quanto bravo fossi, se devi farlo lo fai. Ma mica l’abbiamo fatto da soli. Tutti i malgari dell’Anello delle malghe hanno fatto altrettanto.

F: Come The Outdoor Manifesto stiamo conoscendo sempre più rifugisti proiettati verso una montagna diversa. Come Guido del Rifugio Caldenave (prima Pian dei Fiacconi), o Franz Nicolini del Rifugio Tosa Pedrotti. Tu senti solidarietà tra chi fa il tuo mestiere, o ti senti da solo?

V: Con l’Anello delle malghe siamo un gruppo che condivide le stesse idee. Cerchiamo tutti qualità anziché quantità, non tanta affluenza, ma buona e rispettosa.

Siamo stati i primi a chiedere al comune che il giro delle nostre malghe fosse chiuso al traffico. Ovviamente non ci hanno ascoltati. Così non siamo in montagna, è pianura elevata, sebbene a una quota considerevole, ma abbiamo una strada. La maggior parte degli escursionisti veri qui ci vengono proprio in inverno, perché non ci sono le macchine. Avere la strada aperta sta scacciando i veri amanti della montagna. Se vogliamo creare un’economia dobbiamo stare attenti a questi aspetti.

F: Quello delle malghe di Asiago è il consorzio nel suo genere più grande al mondo. Deve essere un mondo piuttosto complicato, tanti interessi politici, tante amministrazioni diverse, leggi diverse per territori diversi. Com’è l’ambiente?

V: Ti dico solo che è ancora gestito con leggi degli anni 60. È assurdo. Sono norme completamente in contrasto col mondo di oggi. Chi fa agriturismo, ad esempio, non sopravvive. Noi abbiamo provato a unire le due cose: malga e agriturismo, ma gestire uno stabile in montagna non è come gestire una malga. Non c’è sensibilità locale a questo aspetto, e di conseguenza non ci sono giusti investimenti. Di 80 malghe solo 25 sono malghe di produzione. Le altre fanno o solo alpeggio, rientrando coi contributi europei, o hanno un’azienda agricola che li sostiene. Ciò che bisogna creare sono stabili che riescono a gestirsi da soli senza la parte dell’alpeggio. Bisogna iniziare a vedere in modo diverso le cose. A livello locale la malga è cambiata, ma è cambiato il mondo.

F: Oggi è il 10 ottobre. Cosa accadrà?

V: Domani consegneranno una petizione organizzata dai caltranesi. È stata un’iniziativa molto bella ma non credo che cambierà niente. Ciononostante il nostro progetto non si fermerà, come è ovvio. Lo andremo a fare da un’altra parte.

Ma la mia riflessione in relazione al comune è la seguente: e i prossimi che verranno? La gestione verrà sempre data al miglior offerente, che potrebbe essere chiunque. Potrebbe essere che non gli interessi avere nemmeno un agriturismo.

F: Tutta questa cosa rappresenta un po’ il passare del tempo, e di come siano cambiate nei secoli le società alpine. La malga è tradizionalmente comunale perché appartiene alla comunità, non è privatizzata. Il problema è che forse se una comunità fa una petizione e non viene ascoltata, forse è perché questa comunità non c’è proprio più. O se c’è non conta più nulla e viene completamente subordinata ad altri interessi. Stando così le cose non ha nemmeno senso che le malghe siamo comunali.

V: Questo è il punto. Se continuiamo a gestire le malghe così prima o poi arriverà una grande azienda e toglierà tutto ciò che riuscirà a togliere. Finché il comune può usare la scusa di non avere soldi per giustificare l’assegnazione di una malga al miglior offerente di fatto andremo sempre di più verso una privatizzazione.

F: A livello di comunità outdoor, cos’hai avuto indietro? C’è un mondo che si è fatto sentire?

V: Tantissimi amici. È stato molto bello. Tarcisio Bellò, Francesco Rigodanza, Enrico Pollini. Sono stati begli interventi. Quella è stata la nostra vittoria, e la vittoria della montagna.

F: Senti. Camanni chiude «Storia delle Alpi» con questa domanda: «si è montanari di nascita o di adozione?»

V: Entrambe direi. Ma più di adozione che di altro. La montagna la senti dentro.

Grazie Vitor.


Anche noi ringraziamo di ERCOLE Vitor e la sua famiglia per l’amore che esprime quotidianamente per la montagna  in generale e per il nostro territorio in particolare.

Noi siamo certi che lui saprà realizzare i suoi progetti ovunque e saremo di certo al fianco della famiglia Pereira per continuare a vedere vivere le nostre adorate prealpi venete.