Qualità etica e sostenibilità

Intervista a Paolo Dall’Igna

Come al solito, di getto: nome, età, dove sei nato.

Paolo Dall’Igna, 57 anni, Thiene, Vicenza.

Da quanto tempo lavori da Ercole?

Lavoro in Ercole dal 3 dicembre 2007.

Paolo al reparto nautica del negozio.

Come vivi il tuo rapporto con l’aria aperta? Che attività outdoor pratichi?

Il mio rapporto con la natura è di simbiosi. Non potrei assolutamente farne a meno, è una parte essenziale del mio essere. Per me, le camminate in montagna, o in riva al mare, sono momenti di profonda rigenerazione. La mia attività preferita è il tiro con l’arco, che pratico solamente all’aperto, su percorsi concepiti nei boschi o nelle pinete, simulando l’ambiente di caccia; con la differenza che gli animali sono sintetici. E poi la bici, che per me è solo MTB, e quindi fuori strada; non amo il traffico e la confusione, quindi cerco la pace della natura. In fine, quando posso esco in barca a vela, e anche qui il contatto con madre natura è molto forte.

Di cosa ti occupi in negozio?

In negozio seguo il reparto dedicato agli sport nautici e la ricambistica camper e caravan, oltre a tutto ciò che riguarda l’elettronica outdoor.

Come hai visto cambiare l’approccio del cliente negli ultimi anni?

L’approccio del cliente negli ultimi anni secondo me è migliorato, è molto più informato e attento alle spiegazioni, ed è in grado di distinguere la qualità del prodotto. Naturalmente da parte nostra ci deve essere più attenzione ed altrettanta formazione, in una parola: professionalità.

Quali brand tratta il tuo reparto e in che modo li selezioni? 

Per quanto riguarda la nautica, il nostro fornitore più grosso di accessoristica è Osculati, mentre per canoe e Sup abbiamo Bic Sport e Jbay.

Per l’accessoristica camper ne teniamo moltissimi. Dai più conosciuti come Fiamma, Thetford, Dometic, Thule o Truma, a marchi emergenti come Mestic o GoalZero, che forse sono più conosciuti all’estero. La selezione segue la nostra linea aziendale, che è condivisa da tutti noi, ossia etica e sostenibilità. E forse è solo un caso (o forse no) ma le aziende che seguono questa filosofia hanno anche un personale con uno spiccato senso di aggregazione, e con cui è più facile lavorare.

Il prodotto che ti ha stupito di più nell’ultimo anno?

Nel nostro settore, negli ultimi anni l’innovazione è esplosa. Ci sono molti prodotti che ci hanno stupiti, da cose molto semplici a vere e proprie rivoluzioni. Ma per quest’anno il mio prodotto preferito è sciuramente GoalZero con le sue soluzioni per immagazzinare energia in sicurezza. Per chi vive all’aperto è importante perché può passare dal poter semplicemente ricaricare il GPS o la batteria della fotocamera, a rifornire di energia un campo base, con illuminazione frigoriferi e le tante diavolerie elettroniche che ormai fanno parte della nostra vita anche all’aria aperta.

Su cosa vorreste puntare come negozio?

Sicuramente il nostro target è già definito, a costo di essere ripetitivo direi qualità etica e sostenibilità. Vorrei lavorare in un posto che venga riconosciuto non tanto come mera attività commerciale, ma come punto di riferimento per chiunque ami la vita all’aria aperta.

Come ti piacerebbe vedere crescere ERCOLE nei prossimi anni?

Ercole sta già crescendo molto. La nostra ditta è in un momento di forte espansione e al di là del fatturato necessario ad andare avanti, vedo crescere soprattutto una squadra con pensieri e visioni del futuro molto simili. Ritengo che sarà questa la nostra arma vincente.

E come ti piacerebbe veder crescere il cliente nei prossimi anni?

Per quanto possiamo impegnarci, non potremmo mai raggiungere la conoscenza specifica di un prodotto come chi lo utilizza tutti i giorni. Quindi l’ideale sarebbe creare un network, in cui ricevere i feedback dei clienti, non tanto per danneggiare o criticare qualcosa o qualcuno come succede ora, ma per trovare la migliore soluzione ad un problema.

Grazie Paolo. Se avete domande passate a trovarlo in negozio o scrivetegli cliccando QUI.
Noi ci vediamo sui sentieri.

Perché la sostenibilità non significa responsabilità?

Probabilmente l’ecosostenibilità della produzione industriale è un tema che ti interessa e che guida i tuoi acquisti. Molte aziende rivolgono la propria comunicazione a rendere noti i propri sforzi per una produzione ecosostenibile, impegno che costituisce un vero e proprio appeal dei prodotti in grado di incentivare le vendite.
Potresti pensare quindi che tutte le società puntino a celebrare le proprie attività come ecosostenibili, ma non è per forza così.

Società come Patagonia e AKU hanno deciso di rimuovere dalla propria comunicazione aziendale riferimenti “sostenibilità”. Non si tratta di evitare di assumersi responsabilità ma dell’esatto contrario.

La produzione industriale non può mai realmente essere a impatto 0 sull’ambiente.

Patagonia ha fatto presente che riduzioni di emissioni non porteranno comunque al decantato impatto 0 se non viene ripensato per intero il processo di produzione, tagliando le emissioni in tutta la filiera. Anche trasporto, packaging, spedizioni contribuiscono infatti al carico di inquinamento.
Un’azienda che si serve di processi industriali non può essere sostenibile nel modo che comunemente si intende. Vendere l’obiettivo dell’ “impatto 0” significa semplificare un discorso molto più complesso e non prendere in considerazione l’inevitabile inquinamento che si produce dall’attività industriale.
Dobbiamo distinguere la “sostenibilità” dalla “responsabilità”. Non si tratta di sfumature linguistiche bensì di concetti effettivamente diversi. Compensare le emissioni non è sufficiente per annullare l’impatto ambientale di produzione e trasporto dei beni. Oltre alla produzione in sé per sé esistono altre attività correlate quali il trasporto, il packaging e le spedizioni.
AKU – di recente onorata della certificazione carboonfootprint – ha scelto di adottare il termine “responsabile” al posto di sostenibile.
L’obiettivo è quello di ridurre il più possibile l’emissione di CO2, metano e altre sostanze inquinanti.

Patagonia è attenta alle cause profonde dei problemi ambientali e le affronta promuovendo cambiamenti a lungo termine, per questo sostiene le opere a favore dell’ambiente.

Perché puntiamo sulla responsabilità e non sulla sostenibilità

Quindi una produzione responsabile non può essere definita a impatto ecologico zero, perché l’annullamento di tutte le ricadute ambientali costituisce un obiettivo irrealistico: invece risulta molto più fattibile ripensare i propri processi produttivi per incidere sull’ambiente nell’ottica minima concessa dal proprio genere di attività.
Le aziende quindi sono parte esse stesse del problema, ma possono decidere di prendere atto delle proprie responsabilità per individuare il modo di danneggiare l’ambiente il meno possibile, reinventandosi e controllando le proprie attività per renderle più sostenibili dalla natura.

Quando valutiamo una collaborazione con un nuovo marchio siamo sempre molto attenti che queste siano attente alla sostenibilità e all’impatto della filiera per la produzione dei prodotti.
A seconda del settore dobbiamo essere più o meno tolleranti ma dobbiamo dire che soprattutto chi serve il mondo outdoor, forse per il rapporto diretto che i fruiotori hanno con l’ambiente, la sensibilità è alta, così siamo orgogliosi di proporre prodotti e materiali idonei alla preservazione dell’ambiente, di mari, valli e montagne e della stessa aria che respiriamo.

Come sempre siamo a disposizione in negozio o scrivendo a info@ercoletempolibero.it per qualsiasi tipo di informazione.

Malga Foraoro: i nuovi movimenti, le vecchie amministrazioni

Intervista di Filippo Caon a Vitor Pereira

Il passato e il futuro della Prealpe veneta tra carte, concessioni e beni comuni.

Malga Foraoro sta là. Si vede da tutta la provincia, anche dal Basso Vicentino, nelle giornate limpide. È un prato a balcone sulla pianura, a milletrecento metri sul livello del mare. Da diversi anni è gestita da Vitor e Zeudi, portoghese lui e veneta lei. Sono stati la prima malga nella storia dell’Altopiano di Asiago a tenere aperto d’inverno, oltre ad essere un punto di riferimento nel movimento outdoor dell’area. Gare, concerti, eventi. Una bella realtà, visionaria, senza dubbio.

È stato bello, ma sta per finire, almeno qui e con questa forma: il sindaco di Caltrano non rinnoverà a Vitor e Zeudi la concessione per la gestione della malga per il prossimo inverno.

Qui non è solo una malga che riapre, ma un intero mondo – il nostro, se volete – che fallisce sotto l’incedere di amministrazioni sonnecchianti e poco lungimiranti.

Domenica, una delle ultime di apertura, sono salito in malga per fare una chiacchierata con Vitor, davanti a una (buona) birra. Parliamo sull’atrio della malga, in una fredda e limpida giornata di ottobre. Sul fondo si vede il mare, la laguna, poco sotto di noi il corso dell’Astico che porta a Breganze, il Summano e le Piccole poco più a destra. Qui quello che ci siamo detti. Buona lettura.

Vitor: La parte politica di ciò che è successo non mi spaventa. Noi facciamo un post su Facebook, qualcuno lo prende e poi ci fa quello che vuole. L’unica cosa che noi volevamo era che la gente si esprimesse, ed è successo.

Noi siamo passati da essere tatuatori e musicisti a Londra a fare una vita in montagna. Ho conosciuto Zeudi a Londra, poi lei è venuta a trovarmi in Portogallo, e io sono venuto a trovarla qua innamorandomi del territorio. Zeudi viene da una famiglia di malgari e di pastori, e stando qua con lei ho conosciuto quel tipo di vita. Nei miei viaggi ho sempre provato ad allontanarmi dalla civiltà, dai centri urbani, e così è successo anche qua. La mamma di Zeudi e il suo compagno gestivano questa malga prima di noi. Dopo essere rientrati a Londra abbiamo avuto nostro figlio, ma dopo poco siamo riusciti a tornare qua e abbiamo preso in gestione la malga. Ma non volevamo gestire soltanto la malga, il nostro progetto era di una montagna diversa. Non abbiamo mai avuto dubbi che fosse fattibile. Sin dall’inizio abbiamo pensato che non avesse senso tenerla chiusa per la maggior parte dell’anno.

Filippo: Da quanto la gestite?

V: Sono sei anni, e questo doveva essere il quarto inverno. Nella storia dell’altopiano siamo la prima malga ad aver aperto in inverno. Il primo giorno di apertura fuori stagione fu quello di Vaia, la più grande tempesta del secolo. L’anno scorso abbiamo avuto la più grande nevicata del secolo. E non abbiamo mai avuto nessun problema strutturale. È ingiustificabile quello che è successo.

F: Ma spiegami la storia dall’inizio.

V: Il sindaco di Caltrano [il Comune che gestisce la malga, ndr] ha dichiarato che l’anno scorso sono emerse delle problematiche a causa di un intervento dell’Enel per un danno all’impianto della nostra malga e di quella appena sotto di noi. Per cui il sindaco avrebbe dovuto autorizzare il soccorso alpino ad aprire la strada agli ingegneri dell’Enel per l’intervento. Lui dice che è sua responsabilità penale, ma non è così. È necessario firmare un’assicurazione per permettere l’intervento ma la responsabilità penale non è del sindaco.

L’Enel è obbligata da statuto a sistemare un guasto entro otto ore. Ma è un protocollo dell’Enel, non c’entra niente col sindaco di Caltrano.

F: In pratica hanno sfruttato questa autorizzazione per imporvi la chiusura per motivi di sicurezza. No?

V: Sì. Ma noi in tutti questi anni abbiamo firmato dei documenti in cui ci assumevamo la responsabilità di eventuali danni nel periodo invernale. Perché in estate normalmente ce l’ha il comune: la malga è del comune perché appartiene alla comunità.

Ma noi avevamo svincolato il Comune da questa responsabilità, proponendo al sindaco di assumerci anche gli oneri economici per gli interventi in inverno.

Pensa che noi in malga abbiamo solo stufe, non abbiamo una caldaia elettrica. Il che significa che io devo accendere le stufe tutti i giorni, eppure non abbiamo mai avuto problemi. Il Rifugio Alpino, qua dietro, l’anno scorso, con la vecchia gestione, è rimasto a quindici giorni senza elettricità, la caldaia non è andata e gli impianti idraulici sono esplosi. Qua non è mai successo nulla di simile. Perché chiudono noi?

Non riusciamo a capire come sia possibile che pur avendo tutti i documenti forniti dalla Regione che dividono le responsabilità penali del sindaco dalle nostre, il sindaco si possa rifiutare di guardarle. Questo è davvero grave.

La verità è che parlare di economia alternativa in montagna non è negli interessi della maggioranza dei sindaci locali. Per i sindaci la malga deve essere alpeggio e formaggio. Basta. Ma i sindaci non sono disposti a fare un tipo di investimento culturale in questo senso. Ma come fai ad avere una resa di quel formaggio? Lo devi vendere. Ma mica lo vendi a casa. Devi aprire un agriturismo. E di questo nessuno ne parla. Ma tutto è a carico nostro.

Non ci siamo mai proposti come dei semplici malgari (non c’è nulla di ‘semplice’ nel malgaro, ma hai capito). Noi volevamo proporre anche altro, e volevamo dare un’impronta alla malga. La malga fa parte del territorio, e volevamo dimostrare che ci sono altre cose da fare in montagna.

F: Voi vi occupate anche del bestiame?

V: In estate sì. Per conto di un’azienda agricola. Gestiamo sia lo stabile che i pascoli.

F: Nel Vicentino la presenza di Malga Foraoro si sente ed è molto forte. Ma una carrellata di cose che avete fatto, per chi non vi conosce?

V: Siamo partiti con eventi a culturali. Abbiamo organizzato workshop esperienziale in cui un gruppo indiano mostrasse la cultura tribale indiana. All’inizio arrivare in montagna e vedere un gruppo di indiani sembrava strano. Abbiamo fatto concorsi fotografici e mostre, abbiamo avuto musicisti, gare podistiche, eventi enogastronomici. Abbiamo fatto una serie di presentazioni con autori per parlare con loro e presentare i loro libri. Sono venuti Luigi Sebastiani e Giancarlo Ferron, e una serie di attivisti della montagna.

Dopo il Covid è diventato più che altro un punto di ristoro più simile a un agriturismo, d’altronde non c’era tempo di fare altro. Ma siamo un punto Hoka One One, e abbiamo un centro test di scarpe, siamo partner di Ferrino, e presto ci saranno anche altre aziende, in modo da permettere di testare materiale direttamente in montagna. Per noi sono cose basilari, ma crediamo che sia giusto farlo. Abbiamo avviato il primo protocollo ULSS per la raccolta e la filtrazione dell’acqua piovana. Non abbiamo fatto nulla di diverso da quello che facciamo nella nostra vita.

Io ho una casa, i miei figli non vivono qui, e in inverno passo settimane senza vederli per stare in malga. Molte volte li vado a prendere con la slitta per il weekend, e tante volte in inverno li portavo su sulle spalle. Non ho mai detto a nessuno quanto bravo fossi, se devi farlo lo fai. Ma mica l’abbiamo fatto da soli. Tutti i malgari dell’Anello delle malghe hanno fatto altrettanto.

F: Come The Outdoor Manifesto stiamo conoscendo sempre più rifugisti proiettati verso una montagna diversa. Come Guido del Rifugio Caldenave (prima Pian dei Fiacconi), o Franz Nicolini del Rifugio Tosa Pedrotti. Tu senti solidarietà tra chi fa il tuo mestiere, o ti senti da solo?

V: Con l’Anello delle malghe siamo un gruppo che condivide le stesse idee. Cerchiamo tutti qualità anziché quantità, non tanta affluenza, ma buona e rispettosa.

Siamo stati i primi a chiedere al comune che il giro delle nostre malghe fosse chiuso al traffico. Ovviamente non ci hanno ascoltati. Così non siamo in montagna, è pianura elevata, sebbene a una quota considerevole, ma abbiamo una strada. La maggior parte degli escursionisti veri qui ci vengono proprio in inverno, perché non ci sono le macchine. Avere la strada aperta sta scacciando i veri amanti della montagna. Se vogliamo creare un’economia dobbiamo stare attenti a questi aspetti.

F: Quello delle malghe di Asiago è il consorzio nel suo genere più grande al mondo. Deve essere un mondo piuttosto complicato, tanti interessi politici, tante amministrazioni diverse, leggi diverse per territori diversi. Com’è l’ambiente?

V: Ti dico solo che è ancora gestito con leggi degli anni 60. È assurdo. Sono norme completamente in contrasto col mondo di oggi. Chi fa agriturismo, ad esempio, non sopravvive. Noi abbiamo provato a unire le due cose: malga e agriturismo, ma gestire uno stabile in montagna non è come gestire una malga. Non c’è sensibilità locale a questo aspetto, e di conseguenza non ci sono giusti investimenti. Di 80 malghe solo 25 sono malghe di produzione. Le altre fanno o solo alpeggio, rientrando coi contributi europei, o hanno un’azienda agricola che li sostiene. Ciò che bisogna creare sono stabili che riescono a gestirsi da soli senza la parte dell’alpeggio. Bisogna iniziare a vedere in modo diverso le cose. A livello locale la malga è cambiata, ma è cambiato il mondo.

F: Oggi è il 10 ottobre. Cosa accadrà?

V: Domani consegneranno una petizione organizzata dai caltranesi. È stata un’iniziativa molto bella ma non credo che cambierà niente. Ciononostante il nostro progetto non si fermerà, come è ovvio. Lo andremo a fare da un’altra parte.

Ma la mia riflessione in relazione al comune è la seguente: e i prossimi che verranno? La gestione verrà sempre data al miglior offerente, che potrebbe essere chiunque. Potrebbe essere che non gli interessi avere nemmeno un agriturismo.

F: Tutta questa cosa rappresenta un po’ il passare del tempo, e di come siano cambiate nei secoli le società alpine. La malga è tradizionalmente comunale perché appartiene alla comunità, non è privatizzata. Il problema è che forse se una comunità fa una petizione e non viene ascoltata, forse è perché questa comunità non c’è proprio più. O se c’è non conta più nulla e viene completamente subordinata ad altri interessi. Stando così le cose non ha nemmeno senso che le malghe siamo comunali.

V: Questo è il punto. Se continuiamo a gestire le malghe così prima o poi arriverà una grande azienda e toglierà tutto ciò che riuscirà a togliere. Finché il comune può usare la scusa di non avere soldi per giustificare l’assegnazione di una malga al miglior offerente di fatto andremo sempre di più verso una privatizzazione.

F: A livello di comunità outdoor, cos’hai avuto indietro? C’è un mondo che si è fatto sentire?

V: Tantissimi amici. È stato molto bello. Tarcisio Bellò, Francesco Rigodanza, Enrico Pollini. Sono stati begli interventi. Quella è stata la nostra vittoria, e la vittoria della montagna.

F: Senti. Camanni chiude «Storia delle Alpi» con questa domanda: «si è montanari di nascita o di adozione?»

V: Entrambe direi. Ma più di adozione che di altro. La montagna la senti dentro.

Grazie Vitor.


Anche noi ringraziamo di ERCOLE Vitor e la sua famiglia per l’amore che esprime quotidianamente per la montagna  in generale e per il nostro territorio in particolare.

Noi siamo certi che lui saprà realizzare i suoi progetti ovunque e saremo di certo al fianco della famiglia Pereira per continuare a vedere vivere le nostre adorate prealpi venete.

Passione, sviluppo e collaborazione

Intervista a Marco Gissi

Ciao Marco. Come al solito, di getto: nome, età, dove sei nato.

Marco Gissi, quarantotto anni, Sandrigo (VI). Credo sia una buona età, oggi a quarantotto anni si ha la mente ancora fresca e un po’ di esperienza in più rispetto a quando si è più giovani.

Da quanto tempo lavori da Ercole?

Ormai lavoro da Ercole da 20 anni. Anche se nel frattempo ci sono tante evoluzioni: ho aperto con ZeroOttomila Sport, un negozio che stava all’interno di Ercole qua a Dueville. Poi abbiamo aperto a Montebelluna e abbiamo contribuito all’apertura di Alpstation di Schio, quindi con Montura, mantenendo di qua il Pro Shop Patagonia, Arc’teryx e Ferrino. Dopo l’esperienza all’Alpstation, avendo sempre mantenuto ottimi rapporti con il negozio e con la famiglia Ercole, sono tornato qua dove lavoro tuttora.

Marco al reparto sportivo

 

Quali attività pratichi in montagna?

Mi piace lo sport in generale, e l’outdoor in particolare: bici, corsa. Per quanto riguarda la montagna preferisco la camminata e la progressione. Amo meno il verticale, di cui conosco comunque le dinamiche, necessarie sia per il mio lavoro che per muovermi in montagna con più consapevolezza.

Ercole cerca di selezionare il prodotto anche in base alla filosofia del marchio; hai voglia di parlarcene?

Faccio un discorso che sta un po’ a monte: la mia idea di prodotto, e anche da appassionato, è legata a una visione più ampia dell’outdoor, non legata solo alla vetta. Ma piuttosto a raggiungere spazi dove vivi più istintivamente la Natura. Insomma, amo viaggiare negli spazi naturali in generale, non necessariamente in montagna. Per questo, personalmente, ho capito sin dall’inizio che andare via con il tipo di attrezzatura che potevo permettermi da giovane e un prodotto che avesse anche un contorno etico era diverso: quando acquistavo mi sentivo coinvolto dalla filosofia del marchio, e dalla sua visione. Per questo la scelta di arrivare a marchi come Patagonia, Arc’teryx e Ferrino (quelli ormai storici nel nostro negozio) è sempre stata legata alla finalità dei brand. Poi ovviamente, oltre all’aspetto tecnico, contano anche l’estetica e la vestibilità del prodotto. Infine abbiamo mantenuto certi marchi anche per i rapporti di amicizia con i costruttori stessi e con le persone che lavorano nelle aziende: lavorare in negozio significa far parte di una catena che inizia con l’azienda e arriva al cliente. Siamo un’unica catena e collaboriamo costantemente insieme.

Come hai visto cambiare l’approccio del cliente negli ultimi anni?

In questi anni è cambiato tutto anche fuori dal negozio. Quando ho iniziato c’erano le cabine telefoniche, oggi abbiamo i cellulari. Anche nei negozi è cambiato tutto: una volta c’eravamo solo noi, e il cliente forse apparteneva più a una nicchia ristretta, e forse anche noi rappresentavamo una nicchia. Inoltre c’era una facilità d’acquisto diversa. Oggi tutto è più mirato e settoriale, e a noi è richiesta più specializzazione. Per questo il nostro ruolo all’interno del negozio è così fondamentale: il cliente deve trovare qui ciò che l’acquisto su internet non può dargli: la poesia, il fascino che ci sono dietro a un prodotto, e soprattutto la competenza. Il nostro compito è spiegare la storia con cui nasce un prodotto, la finalità del marchio e le modalità con cui è stato progettato. Chi esce dal negozio deve insomma essere consapevole di ciò che ha comprato.

Il cliente in generale è cambiato, per certi aspetti è più informato, in generale c’è stato anche un incremento delle abilità sportive: tutto questo prevede ancora più preparazione da parte nostra. E anche scegliere di avere un numero selezionato di brand significa far capire al cliente le ragioni per cui sono stati scelti. Il negozio fine a sé stesso deve trasmettere emozioni. Dobbiamo offrire test, briefing, serate, corsi. Lavorare in negozio significa dare al cliente opportunità (abbiamo finito da poco un corso di GPS, per cui era necessario dare un ausilio al cliente).

Oltre alla scelta dei brand, un aspetto importante del tuo lavoro è anche la scelta del campionario. Cosa cerchi tu, e Ercole come negozio, nei prodotti da tenere in reparto?

Molti prodotti nuovi, comete che vedi passare. La cosa che mi ha sempre affascinato è l’evoluzione dei trattamenti, soprattutto con finalità ecologiche. O la diversificazione dei tessuti: sintetico, merino, tessuti vegetali. E poi tutte quelle evoluzioni legate a capi performanti e che hanno anche una ricaduta ecologica.

Un prodotto particolarmente apprezzato di cui non vi aspettavate il successo? (Possibilmente direi di concentrarsi su un prodotto importante, più che su piccoli accessori).

Il Capilene è un capo super-duraturo e di cui tutti i clienti hanno parlato bene, nonostante il sintetico abbia risposte altalenanti, il Capilene è sempre stato una scelta vincente.

Invece, c’è un prodotto che ritieni non essere stato del tutto compreso dal cliente? E su cui come negozio vorreste puntare?

Difficile da dire. Tanti prodotti hanno avuto un’alta predisposizione alla vendita nel tempo. Nonostante oggi ci siano un sacco di tipologie di scarponi tecnici, io ad esempio amo ancora lo scarpone in pelle: è duraturo, sicuro, protegge il piede ed è praticamente eterno. Richiede cura e attenzione nel mantenimento, ma per me lo scarpone fa ancora montagna.

Qualcosa da dirci?

Il nostro è un lavoro che si evolve nel tempo. E si evolve con la passione, ma anche con la collaborazione delle aziende e col loro intento di innovazione. È davvero bello lavorare insieme a loro: vivi la passione delle aziende per arrivare a quella del cliente fino a diventare un punto di riferimento per le sue attività. Tutto sempre con molto rispetto: non ci possiamo inventare nulla e quello che diciamo al cliente è fondamentale per vendergli il prodotto più adatto alle sue esigenze. È necessario capirne le necessità, e in pratica arrivi a vivere le vacanze con loro.

Grazie Marco. Se avete domande passate a trovarlo in negozio o scrivigli cliccando QUI.
Noi ci vediamo sui sentieri.

Borracce, zaini e bottigliette di Coca Cola

Una storia dell’idratazione nell’ultrarunning

Dunque, un po’ di storia.

A metà anni Novanta Marco Olmo si trova nella sua stanza di Robilante (Piemonte) a pensare alla logistica della sua prima corsa nel deserto: la Marathon des Sables. Senza pensarci troppo prende ago e filo e cuce due porta-bottigliette sugli spallacci del suo zaino, forse un Invicta.

Marco Olmo con uno dei suoi zainetti

Da lì a qualche anno un marchio di attrezzatura francese farà di quell’intuizione la propria cifra, aprendo anche una linea di prodotti progettati in collaborazione con Olmo. Nessuno lo vide però mai correre con uno di quegli zaini, restando fedele ai suoi prototipi. «Chi progetta gli zaini non li usa» dichiara sprezzante in un’intervista. Fatto sta che Olmo è stato uno dei primi a utilizzare sistematicamente un sistema di idratazione che oggi viene usato da tutti i brand di attrezzatura da corsa, da scialpinismo e da montagna.

Ma l’ultrarunning ha una storia più lunga di quello che crediamo noi europei.

Pantaloncini scarpe e borraccia. Tony corre senza troppe paranoie tra le montagne del Colorado.

Nel 1974, un’altra leggenda di questo sport, Gordy Ainsleigh, si presentò alla linea di partenza di una corsa a cavallo di 100 miglia con un paio di scarpe da ginnastica e senza cavallo, infortunato poco prima. Da lì a qualche anno dalla sua intuizione di correre la gara a piedi nascerà una delle corse più celebri della disciplina: Western States 100 Endurance Run.

Gordy Ainsleigh sale verso Emigrant Pass durante una Western States degli anni Novanta.

Corsa tra i torridi canyon che dall’alta Sierra Nevada portano al Gold Country, il principale problema dei pionieri della gara fu l’acqua. I giorni precedenti alle prime edizioni, quando ancora non c’era una vera assistenza lungo il percorso, i corridori ripercorrevano il tracciato di gara per lasciare dell’acqua dietro ai cespugli, per poi tornare a riprendere le bottiglie vuote i giorni successivi.

La soluzione più ovvia per avere un po’ d’acqua tra un punto e l’altro era quella di correre con una bottiglietta di Coca Cola in mano, talvolta fissata al palmo con un nastro di scotch.

Più per necessità che per intuizione, da lì a qualche anno (in realtà ne passarono una ventina), alcuni brand di attrezzatura sportiva iniziarono a produrre le prime handheld bottle, borracce ergonomiche realizzate con dei comodi lacci che le fasciano la mano.

Jenn Shelton con una bottiglietta di plastica alla vecchia maniera sui sentieri dell’Idaho.

Di zaini con il porta borraccia sugli spallacci oggi ce ne sono svariate tipologie e modelli (venite in negozio a dare un occhio al nuovo ‘Slope’ Patagonia); e così di borracce a mano. In Europa, un po’ per la conformazione delle nostre montagne, per la tipologia dei sentieri, per l’abitudine a correre con i bastoncini e per il materiale obbligatorio presente nelle gare, questa soluzione è la più utilizzata. Ma anche da noi una nicchia di runner corre con le borracce a mano, soluzione che in realtà bene si adatta a diversi terreni (talvolta più dello zaino). Lo zaino, per quanto comodo, è comunque caldo e appesantisce il gesto della corsa.

Per i puristi della corsa, noi di Ercole a fianco a una vasta scelta di zaini da trail offriamo anche alcuni modelli di borraccia a mano (Camelbak e Hydrapak). Se sei affascinato da una corsa senza fronzoli passa a dare un occhio in negozio. Ci vediamo sui sentieri.

Trail running: 4 domande da farsi prima di scegliere la scarpa

«Durante le discese sento le pietre e la terra battuta sotto i piedi. Le mie scarpe sono troppo basse, e quelle enormi Hoka che indossano quasi tutti sembrano invidiabilmente comode. Forse saranno i miei piedi ad abbandonarmi per primi: ho scelto le scarpe sbagliate.»
Adharanand Finn, L’ascesa degli ultrarunner

Continuiamo a ripetervi che il prodotto migliore non esiste; esiste semmai un prodotto migliore per ogni esigenza, per cui in generale è buona norma farsi a una serie di domande per capire quali siano queste esigenze.

Dopodiché ci sono tanti modi per scegliere una scarpa da corsa: vedendola addosso agli altri, guardando recensioni su internet, leggendo sui magazine o andando in negozio a sentire cosa ha da dirci il negoziante. Qualunque cosa decidiate, queste sono alcune domande da porvi prima di farlo.

 Dove devo andare?

Domanda scontata? Forse, ma quante volte capita di vedere delle persone con scarpe totalmente inadatte al terreno in cui si trovano? Le scarpe sono un po’ come i politici: anche se votate per loro, non dovete per forza difenderli a tutti i costi. Un’ottima scarpa può anche essere fuori luogo. Le Speedgoat di Hoka sono una delle scarpe più versatili che ci siano, morbide, veloci, protettive, leggere; ma non gli facciamo un torto dicendo che sul tecnico arrancano un po’. Insomma, sono perfette sia per UTMB sia per la gara del paese, ma se dovete andare a correre Sierre Zinal cercate altro. Sul mercato ci sono centinaia di modelli, e decine di fasce di prodotti: la vostra qual è? Prima domanda.

Attenzione: potreste anche avere bisogno di più scarpe contemporaneamente, ma se non potete permettevi otto paia di scarpe all’anno, la soluzione si chiama compromesso.

Jim Walmsley fa il poser prima del suo tentativo di record sui 100 km

Come corro?

La scarpa perfetta non esiste, e probabilmente quella che vi piace da vedere non va bene per voi. Una scarpa molto alta e protettiva vi sostiene nei lunghi chilometraggi riducendo il rischio di infortunio, ma alla lunga potrebbe farvi perdere alcune capacità di stabilità del piede, di qualità di appoggio e di economia del gesto. In generale, una buona idea sarebbe alternare scarpe diverse, usando una scarpa protettiva per i lenti e i lunghi, e una che vi aiuti nell’economia di corsa durante i lavori. È una cosa tanto scontata quanto vera.

Attenzione però: in un mondo ideale correremmo tutti in modo perfetto, ma raramente è così, quindi andateci piano con le scarpe leggere. E voi come correte? Seconda domanda.

Bene una volta, bene sempre(?)

Sono anni che usate sempre lo stesso modello perché vi trovate bene? Ok, è venuto il momento di cambiare. Le ragioni per cui correre sempre con lo stesso modello di scarpa non è una buona idea sono due:

1) se il nome del modello è lo stesso, non è detto che lo sia anche la scarpa. Le aziende pagano lo stipendio ai product designer per sviluppare soluzioni nuove, per progettare materiali diversi, e per migliorare le caratteristiche del prodotto. Per questa ragione è probabile che la stessa scarpa tra un anno e l’altro sia completamente diversa e per questo non sia più adatta alle vostre esigenze, come potrebbe essere anche il contrario. Questa cosa è accaduta, parlando di scarpe da strada, con le Hoka Mach 4, stravolte rispetto al modello precedente, e in cui l’azienda americana ha fatto un lavoro di ripensamento e design molto importante e ben riuscito. Ecco, se vi piacevano le Mach 3 non è detto che vi piacciano le Mach 4 – ma a chiunque piacciono di più le Mach 4.

2) ok, ma cavallo che vince non si cambia. Vero. Ma vi trovate bene davvero o vi siete soltanto abituati alla sensazione? Ogni scarpa incoraggia ad appoggiare il piede in un modo preciso, ed è probabile che col tempo abbiate adattato il vostro gesto alla scarpa. Cambiare modello significa costringersi a cercare di volta in volta il gesto migliore, incoraggiando e sviluppando le capacità propriocettive e di equilibrio. Avendo due paia di scarpe contemporaneamente potreste continuare a utilizzare il modello con cui vi trovate bene alternandolo a un altro (poi non abituatevi pure questo): la ragione per cui vi sconsigliamo di non fissarvi sul solito modello (e sul solito marchio) è che correre sempre allo stesso modo non fa bene. È uno dei vantaggi degli amatori rispetto agli atleti sponsorizzati: possono cambiare scarpe! Fatelo.

Hillary Gerardi prova un paio di Scarpa Spin nei pressi di Dueville (Vi)

Non è solo una questione di gomma.

La quarta non è una domanda. È un’affermazione. Perché possiamo fare tutti i discorsi del mondo (biomeccanica, appoggio, tipo di scarpa, gomma), ma la verità è che nessuno sceglie un paio di scarpe soltanto perché si trova bene. Nell’acquisto entrano in campo anche altri fattori, uno su tutti, il sapore che il marchio ci trasmette. Sembrerà stupido, ma è quello che ci rende umani. Un marchio, che ci piaccia o no, porta con sé una visione dello sport e di quello che facciamo. Ed è giusto prenderlo in considerazione, per non ridurre tutto a una questione di soldi e di gomma: siamo qualcosa di più di questo.

Se avete domande più precise sulle scarpe passate in negozio a fare una chiacchierata col nostro staff, e date un occhio alle nostre proposte qui.

Ci vediamo sui sentieri.

Ciaspole Heil!

con Mosè Barausse

Se bisogna trovargli un difetto, è che sono un po’ demodé. Di certo le ciaspole non sono il mezzo più “cool” per spostarsi sulla neve, e se ne parlate a scialpinisti e snowboarder è facile che questi vi liquidino sghignazzando. Perché parlarvi di ciaspole allora?

Per due ragioni. La prima è che la moda non è una ragione sufficiente per non fare qualcosa, e la seconda è che le ciaspole non fanno necessariamente schifo solo perché esiste un’attività liberatoria come lo sci. Insomma, non vi faranno galleggiare sulla fresca come un paio di aste larghe, ma a noi le ciaspole piacciono, e ora vi spieghiamo il perché.

Sarete stanchi di leggerlo, ma il 2020 è stato l’anno della riscoperta degli spazi aperti e della natura, e con la chiusura degli impianti di risalita, centinaia di sciatori su pista si sono riversati sui sentieri coperti dalla neve. Molti di questi, non avendo esperienza alpinistica o non sapendo gestire pelli, sonde, Arva, e simili, hanno optato per una soluzione molto più semplice e intuitiva – sì, le ciaspole. Così, un sacco di persone hanno riscoperto una montagna più semplice ed essenziale, senza skilift e Après-ski, e in cui ci si può muovere autonomamente senza la compagnia di altre migliaia di persone. Per quanto sia improbabile che tutte queste rinunceranno alle vecchie abitudini una volta riaperti gli impianti il prossimo inverno, è comunque apprezzabile il fatto che uno strumento considerato da qualcuno «vecchio e sfigato» sia stato in grado di portare un sacco di gente a vivere una montagna lenta. Sarà merito della chiusura degli impianti, ma bisogna dire che le ciaspole questo giro hanno fatto un gran bel lavoro.

Come dicevamo, una delle tendenze delle attività outdoor nell’epoca dei social network sono le mode. E insieme a esse anche tutta quella miriade di persone che influenzano il mercato outdoor, talvolta allontanandolo dalla sua ragione più sincera e spontanea. Buona parte del recente successo dello scialpinismo è dovuto proprio a questo, che se da un lato ha il pregio di aver portato la gente lontano dalle piste, ha anche portato una certa dose di arroganza e quel tanto di inconsapevolezza. Questo ci sembra innegabile. Le ciaspole, che al contrario dello sci sono uno strumento molto umile e povero, non hanno comportato lo stesso problema, anzi. Insomma, in questo momento storico ci hanno fatto un gran bene, e noi gliene siamo grati.

Ma un’altra ragione per cui le ciaspole ci piacciono è perché ci riportano indietro con gli anni. No, non agli anni Trenta! Ma al grunge degli anni Novanta e alla svolta epocale che quell’epoca ha portato nel modo di vivere la montagna anche in Europa: lo snowboard. Già, perché se con il recente miglioramento dello splitboard salire con la tavola è diventato semplice, un tempo non lo era altrettanto, e in mancanza d’altro i primi snowboarder salivano proprio con le racchette da neve. Insomma, le ciaspole da strumento da nerd un po’ sfigati sono diventate centrali nello sviluppo di una disciplina così rivoluzionaria come il freeride.

Ok, ma oggi che esiste lo splitboard, perché salire ancora con le ciaspole? Prima di tutto perché non tutti gli snowboarder hanno uno splitboard. Là fuori ci sono un sacco di sedicenni che sanno andare su una tavola benissimo e che non si possono permettere uno splitboard. Non solo, ma molti di questi sono cresciuti sulla neve battuta e quasi non sanno muoversi al di fuori delle piste – ambiente per cui è nato lo snowboard. E se lo sanno è perché hanno visto dei video su YouTube, ma non sono mai saliti su una montagna per poi scenderla con la tavola ai piedi. Se sei quel tipo di ragazzo e ci stai leggendo, prenditi un paio di ciaspole.

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Mosè Barausse, amico e cliente da più di 25 anni. Oltre alla sua attività di ultrarunner (quattro volte finisher della PTL), arrampica e fa snowboard alpinismo ormai da sempre. Siamo andati a disturbarlo per chiedergli com’era andare sulla tavola quando le ciaspole erano l’unico mezzo di risalita.

Ciao Mosè, dove ti trovi in questo momento?

Sono appena arrivato a casa. Sono stato quattro giorni a Misurina in camper con la famiglia.

Cosa hai fatto a Misurina?

Eh, ho fatto tre gite con lo split, una al giorno, tutte sui Cadini. Alla mattina partivo ed erano -20°.

Immagino, io sono stato al Rolle sabato ed erano -12° alle undici di mattina. Senti, quando hai iniziato ad andare sulla tavola e quando hai comprato il primo splitboard?

Sulla tavola vado da più di vent’anni. Per cui lo splitboard sarà nato attorno agli anni Novanta, arrivando in Europa un po’ più tardi. Io ci vado da una decina d’anni. E poi due anni fa ho fatto gli esami per diventare istruttore regionale: una volta diventavi istruttore di scialpinismo o di snowboard alpinismo. Ma quando li ho fatti io li hanno messi insieme.

Prima che arrivasse lo splitboard salivate con le ciaspole, che è poi quello di cui stiamo parlando in questo articolo. Com’era?

Mosé Barausse
Mosé Barausse

Sai, il problema è che il ciaspolatore “rovina” la traccia delle pelli, perché buca la neve. Noi quando salivamo con le ciaspole e gli snowboard in spalla andavamo sempre con altri sciatori, perché noi snowboarder eravamo pochi (anche oggi siamo in pochi), e allora gli sciatori ci rompevano perché gli bucavamo le tracce. Ora che anche noi saliamo con le pelli dà fastidio anche a noi il buco della ciaspola [ride]. Ma non son mica delicato. Va bene così, il mondo è bello perché è vario.

Ogni volta che mi è capitato di andare in montagna con te, o di fare una gara insieme, sono sempre rimasto stupito della leggerezza con cui affronti delle cose decisamente dure o dei problemi. Hai qualche consiglio per chi vuole prendersi un paio di ciaspole e farsi un paio di giretti in montagna?

C’è tanta gente che va con le ciaspole sulla strada battuta dal gatto, come oggi. Mia figlia è venuta su con i doposci. Lo fanno per dire di aver fatto la ciaspolata, o perché hanno affittato le racchette. La cosa bella però è battersi la traccia dove è fresca, non dove è battuto, che non ha senso.

Prossimi progetti invernali?

Vorrei fare la traversata delle Piccole con lo Snowboard. Parti dal Battisti, vai su in Carega, Bocchetta Fondi, Pian delle Fugazze, Palon e giù per Posina. Sarebbe la prima traversata completa delle Piccole con lo Split.

Come dice Mosè, siamo convinti che non ci siano modi giusti o sbagliati, belli o sfigati per andare in montagna. Fintanto che sono rispettosi dell’ambiente, sono tutte altrettanto valide modalità di espressione. Secondo noi le ciaspole significano rispetto e semplicità, e finché è così, siamo pronti a gridare: Ciaspole Heil!

Scegliere il sacco a pelo

Se entrate in negozio, vi lasciate a sinistra il reparto montagna e girate a sinistra verso i reparti campeggio, sport acquatici e camper/caravan, superato il corridoio alla vostra sinistra troverete i sacchi a pelo. Potrebbero sembrare in un angolo, ma in verità sono al centro del negozio: se scalate, sciate, correte, viaggiate in bicicletta, fate escursionismo, andate a vela, viaggiate in caravan, andate agli scout o dormite in spiaggia con gli amici, se volete farlo per più di 24 ore dovrete dormire. E il sacco a pelo è la soluzione migliore per farlo.

Il sacco a pelo è un oggetto magico che nessuno ha voglia di comprare: non ha l’appeal di una bella piccozza o di un paio di sci (anche se spesso costa quanto questi ultimi), ma se non ce l’avete non andate da nessuna parte. Ciononostante, ognuna delle attività sopra elencate ha delle esigenze diverse, motivo per cui in negozio vi offriamo un’ampia scelta di sacchi di brand diversi. Che ovviamente è un valore aggiunto, ma a meno che non abbiate confidenza con questo prodotto, avrete bisogno di una dritta per capire quale fa più al caso vostro. Per questa ragione abbiamo deciso di scrivere questo articolo, ricordandovi sempre che in negozio ci sono professionisti che capiscono subito di cosa avete bisogno, proponendovi la cosa più vicina alle vostre reali necessità

Umido ma non troppo su una scogliera del nord della California
Umido ma non troppo su una scogliera del nord della California

Non solo, il sacco a pelo è anche una cosa dal sapore ancestrale, che per un momento ci dà (l’illusoria) impressione di non essere più stanziali, e di essere tornati indietro di migliaia di anni ai tempi dei pastori raccoglitori. Naturalmente non è così, ma di sicuro ristabilisce un rapporto con il «là fuori» (gli inglesi lo chiamano out-there), facendoci dimenticare la necessità di infrastrutture inutili sulle nostre montagne.

Ma bando alle ciance, e vediamo di darvi un paio di dritte:

  1. Specificità vs versatilità

Come dicevamo, ogni sacco ha delle caratteristiche precise. Queste sono legate al peso, alla comprimibilità, alla temperatura di comfort, alla capacità di isolarvi dall’umidità. Le vedremo una ad una più avanti, ma in linea generale, tutte queste caratteristiche si riassumono semplicemente in un sacco a pelo di qualità, e grosso modo vanno tutte di pari passo: è molto difficile trovare un sacco a pelo caldo ma non resistente all’umidità o leggero ma non comprimibile. Tutto sommato è piuttosto semplice. Più prevedete di trovarvi in condizioni severe e più avrete bisogno di queste caratteristiche, e di conseguenza aumenteranno performance e prezzo. Lineare.

Grazie tante, ma allora basta prendere il più costoso? La risposta ingenuamente è sì, se dovete scalare il Nanga Parbat, altrimenti no. Un sacco a pelo caldissimo da usare tutto l’anno è controproducente, e sudare dormendo non piace a nessuno, soprattutto dentro una cosa che non dovete lavare, d’altro canto se investite su un oggetto del genere vorreste evitare di trovarvi nella situazione di dover rinunciare a qualche gita perché il vostro sacco non è all’altezza. Per questa ragione la soluzione, come spesso accade, sta nel mezzo: la cosa complicata non è tanto scegliere il sacco a pelo più performante e aggressivo, ma è scegliere il sacco a pelo più performante nel più vasto numero di situazioni plausibili. Ripetete: più performante nel più vasto numero di situazioni plausibili: plausibili. 

Un fotogramma del film “The Last Hill” prodotto da Patagonia: Nick Russel fa lo sciamano col suo sacco a pelo su un sasso delle Alabama Hills.
Un fotogramma del film “The Last Hill” prodotto da Patagonia: Nick Russel fa lo sciamano col suo sacco a pelo su un sasso delle Alabama Hills.
  1. Impatto

Noi di Ercole teniamo all’impatto ambientale. E ogni volta che vendiamo un prodotto poco sostenibile perché non esiste ancora un’alternativa valida ci piange un po’ il cuore. E i sacchi a pelo, purtroppo, sono uno di quei prodotti. E quindi? E quindi visto che non c’è un’alternativa quanto meno sforziamoci di giustificare quell’acquisto riducendone l’impatto il più possibile, e non comprando tanto per fare.

Esistono due grandi famiglie di sacchi a pelo. Quelli sintetici e quelli in piuma. I primi a fine vita rilasceranno microplastiche negli oceani e sui terreni, per i secondi bisogna spennare delle oche. Ognuno di noi ha una sensibilità diversa in proposito, ciononostante, la cosa più ragionevole da dire è che per quanto possa non importarci, niente è gratuito.

Un sacco a pelo è un oggetto potenzialmente eterno, il nostro consiglio è di acquistarlo, trattarlo con tutti i crismi del caso, e ripensarci fra trent’anni.

Andrea Ercole, proprietario e direttore di Ercole Tempo Libero, usa ancora lo stesso sacco a pelo che aveva acquistato quasi trent’anni fa, come ricorda lui stesso: «Siamo stati nello Shivling, montagna indiana nel Garhwal, alle sorgenti del Gange. Quasi 30 anni fa. Per la spedizione abbiamo acquistato due sacchi a pelo dell’azienda Lumaca, all’epoca si costruivano ancora in Italia. Un sacco interno che usavamo per le quote basse, un sacco più pesante per le quote intermedie, e insieme, uno dentro l’altro, per le alte quote. E ancora li uso…»

  1. Sintetico o piuma

Eterno dilemma. Scegliere non è immediato, ma le caratteristiche a favore o contro sono piuttosto semplici: il sintetico costa meno, è più resiste all’acqua e all’umidità, si deteriora meno facilmente, in rapporto al peso è molto meno caldo della piuma; la piuma è più delicata (ma è sufficiente evitare di farne un uso sciatto), è più costosa, è estremamente più leggera, è estremamente più comprimibile, è estremamente più calda. Di che materiale sono i sacchi a pelo che usano nelle spedizioni? Domanda sbagliata, a meno che voi non dobbiate andare in Pakistan non ha senso fare paragoni con situazioni estreme. Comunque sono in piuma.

  1. Peso, comprimibilità

Se vi interessa più il peso o la comprimibilità è questione di gusti e necessità. Ciononostante, le due cose tendono ad andare abbastanza di pari passo. I sacchi a pelo caldi sono grandi, non c’è niente da fare. Ma alcuni sono molto più grandi di altri. Vedete voi cosa vi serve fare.

Silke Koester si fa un sonnellino nel suo sacco Sea to Summit al campo di atletica della Placer High School di Auburn, all’arrivo di Western States 100, dopo 23 ore e 6 minuti di gara.
Silke Koester si fa un sonnellino nel suo sacco Sea to Summit al campo di atletica della Placer High School di Auburn, all’arrivo di Western States 100, dopo 23 ore e 6 minuti di gara.

  1. Come scegliere la temperatura

Avete bisogno di un sacco per bivaccare al coperto sui 2000 metri in inverno. Ok. Ma come si traduce in termini di gradi questa situazione? Questa cosa non è semplicissima ed è determinata da diversi fattori. Un sacco a pelo tendenzialmente presenta tre temperature: una di comfort, una limite e una estrema (o simili, dipende dai marchi). Il nostro consiglio è quello di tenere come riferimento la temperatura limite, che significa che se siete persone sane senza eccessivi problemi di vascolarizzazione degli arti, riuscite a dormire a quella temperatura tranquillamente senza svegliarvi per sei ore. Queste tre temperature sono calcolate dormendo nel sacco a pelo nudi, situazione abbastanza improbabile, per cui considerate che con dell’abbigliamento intimo (in pile, in Capilene, o in lana merino) quella temperatura si abbassa anche di circa 5 gradi.

Un’indicazione della temperatura di un Sea to Summit Spark I
Un’indicazione della temperatura di un Sea to Summit Spark I

Se siete donne avrete bisogno di un sacco a pelo più caldo. Ci dispiace, ma è così: biologia. In termini pratici questo si traduce in modo piuttosto semplice: la temperatura “comfort” del sacco per una donna equivale alla temperatura “limite”.

Esistono sacchi a pelo ottimi non solo per dormire
Esistono sacchi a pelo ottimi non solo per dormire

Inoltre, alla temperatura del sacco potreste aggiungere un sacco bivacco sopra, o un sacco lenzuolo termico al suo interno in grado di aumentarne la capacità di isolamento. Tutto chiaro?

Insomma, se dovete bivaccare al Fraccaroli a febbraio (anche se vi ricordiamo che non si può), un sacco a pelo con temperatura limite tra i -9 e i -13, vestendovi con un minimo di accortezza sotto, è quello che fa al caso vostro.

Per questo genere di situazione vi consiglieremmo uno Spark III (prodotto dall’azienda americana Sea to Summit, non conosciutissima in Europa ma capace di competere con i migliori marchi tedeschi), e il Vaude Rotstein 700 dwn (che nonostante il nome è verde).

Ma di questo ve ne parleremo meglio altrove la settimana prossima.

Siamo stati utili? Se avete dubbi passate in negozio e fate due chiacchiere col nostro team. Ci vediamo nei bivacchi del Lagorai quest’estate.

Zaino: 3 semplici consigli per decidere cosa metterci

Nel 2020 avete rivalutato l’attività outdoor e per Natale vi siete fatti regalare uno zaino: gli avete appena staccato il cartellino, il colore vi piace un sacco, ma non avete la minima idea di cosa metterci dentro. Non preoccupatevi, in questo breve articolo proveremo a spiegarvi con quale criterio decidere che cosa mettere nello zaino, poi deciderete voi!

zaino nella neveIl contenuto dello zaino non è soltanto un problema di chi è alle prime armi: un sacco di persone che vanno in montagna da anni non hanno ancora capito come farlo, e anche al camminatore più rodato talvolta vengono dei dubbi. Estate, inverno, trekking, alpinismo, running. Con tutte queste variabili è evidente che una regola precisa non c’è. Ma non importa dove stiate andando o quanto starete via, ci sono tre semplici consigli da seguire che sono evergreen. Non ce li siamo inventate noi, ma li abbiamo capiti passando anni in negozio provando a capire cosa facesse più al caso di ogni cliente. Ma bando alle ciance, iniziamo coi consigli:

 

Consiglio uno: metti da parte i luoghi comuni.

I luoghi comuni sono il male, sempre. Ma in montagna se possibile lo sono ancora di più. E i luoghi comuni sul contenuto dello zaino sono tantissimi e con le origini più disparate: i calzettoni lunghi, otto cambi di riserva, il kit di pronto soccorso. Quando qualcuno vi dice che i calzini di ricambio sono indispensabili spesso ha torto, ma attenzione: questo non significa che non siano utili, ma diverse situazioni presuppongo diverse necessità. Per questo quello che dovete fare è fermarvi e pensare: svuotate lo zaino dai luoghi comuni e ponetevi volta per volta le seguenti domande: che stagione è? Dove sto andando? Quanto tempo sto fuori? Ci sono neve o ghiaccio? Servono dei dispositivi di sicurezza? Quanto veloce sono? So gestire una situazione che non avevo previsto? Sono domande fondamentali che si pone chiunque vada in montagna indipendentemente dalla disciplina che fa. Ma la risposta non è sempre immediata, andiamo avanti.

Consiglio due: sii umile, ma non troppo.

Se il primo passaggio era farsi delle domande, il secondo è darsi delle risposte.

Quando si va in montagna bisogna essere pronti a tutto, ce lo ripetono da quando siamo bambini, ma siccome a noi piace essere razionali, riteniamo sia più ragionevole dire che bisogna essere pronti a diverse eventualità: il tempo può cambiare da un momento all’altro, e le temperature potrebbero abbassarsi rapidamente, potremmo perderci, o potremmo decidere di allungare il percorso fino all’imbrunire, così da avere bisogno di una lampada frontale. Tante eventualità, troppe, tanto che è impossibile essere pronti a tutte. Come in altre circostanze, spesso, il buon senso è la chiave dei problemi; perciò, la regola principale da seguire per rispondere alle domande del punto precedente è la seguente: non fare lo splendido. La montagna spesso premia i peggiori. Tenete in considerazione che andare in rifugio non si tratta di fare una sfilata, a nessuno importa di vedere tutto il vostro guardaroba: portate ciò che vi serve, niente di più e niente di meno. Non dovete dimostrare niente a nessuno. Questo non significa che voi avrete la stessa quantità di materiale rispetto a un altro, perché a persone diverse corrispondono necessità diverse. Ma non riempitevi nemmeno lo zaino di cianfrusaglie inutili per far vedere che le avete. In due parole: siate sobri.

Consiglio tre: quello che ti serve probabilmente già ce l’hai.

Se state muovendo i primi passi nei boschi probabilmente sarete tentati di comprare tutto subito. È un errore. Esperienza non significa solamente aver fatto tante uscite in montagna, significa soprattutto aver fatto tante uscite in montagna, ma una buona parte è rappresentata dalla conoscenza dei materiali, e se avete appena iniziato, non li conoscete. È semplice. Il che potrebbe portarvi a investire sulle cose sbagliate, e solo col tempo capirete di cosa avete veramente bisogno. Non acquistate oggetti inutili, il mondo non ha bisogno di spazzatura in più: aprite l’armadio e guardate cosa c’è dentro, usatelo un paio di volte, e semmai a quel punto deciderete se sostituirlo. E se decidete che una cosa non fa più al caso vostro, non buttatela nel cestino, ci sono tanti modi per rendere utili a qualcun altro dei vestiti usati.

TrekkingE con questo avremmo finito i nostri consigli. Se vi aspettavate una lista di cose da infilare alla rinfusa nello zaino questo non è l’articolo giusto: anche se in certe circostanze ci sono delle cose che dovete avere (come ARTVA pala e sonda se fate skialp), non esiste una lista universale che vada bene per tutto e per tutti. Ci sono esperienze diverse, sport diversi, situazioni diverse, aree geografiche diverse. I consigli sull’argomento sono sempre ottimi, soprattutto quando dati da esperti, ma poi tutto andrebbe comunque passato al vaglio di quelle domande. Noi abbiamo provato a consigliarvi con quale criterio decidere se una cosa vi serve o no. Ora sta a voi.

E ricordate che se siete alle prime armi, in negozio abbiamo delle persone che sono lì apposta per consigliarvi. E se invece siete degli esperti, un secondo parere professionale è sempre un grande aiuto! Ci vediamo sui sentieri.

Campfire tex-mex al ritorno da un vajo

In estate si fanno sempre più cose che in inverno. Non ho mai capito perché. Almeno io ho sempre fatto più cose. E gli sport invernali si sono sempre ridotti all’attività in sé, perché se non puoi permetterti una notte da qualche parte, una volta asciugati picca e ramponi non resta molto da fare se non tornare a casa. Domenica però non avevamo voglia di tornare a casa e basta, cercavamo una scusa qualsiasi per stare qualche ora in più fuori a respirare l’odore di resina.

Allora abbiamo preso una scatola di cartone che stesse nel bagagliaio della macchina e abbiamo cercato un’area in cui poter accendere un fuoco. Nella scatola abbiamo messo una piccola accetta, dei legnetti e della diavolina per accendere il fuoco, un tagliere, un paio di posate, e una pentola in ghisa della Staub.

"Poi ho messo nella scatola di cartone olio, sale, pepe..."
“Poi ho messo nella scatola di cartone olio, sale, pepe…”

La sera prima di uscire ho messo in ammollo e ho prelessato i fagioli neri. Poi ho messo nella scatola di cartone olio, sale, pepe, peperoncino, aglio, cipolla, un lime, alloro, salvia, rosmarino, della passata di pomodoro e una busta di nachos. Sono tutte cose abbastanza piccole che non occupano spazio in macchina alle cose più importanti: be’, sì, gli zaini da montagna ovviamente.

Il giorno dopo, scendendo dal Ristele (Piccole Dolomiti) e trovando il Rifugio Battisti chiuso, dopo aver fatto 1000 metri di dislivello in meno di tre chilometri, la cosa più immediata da fare sarebbe stata salire in macchina e tornare a casa. Noi invece abbiamo cercato un’area dedicata e abbiamo acceso un piccolo fuoco e ci siamo messi a cucinare, abbiamo stappato un paio di birre, e ci siamo messi a guardare le montagne aspettando che la pentola facesse il suo dovere.

cucinandoVolevamo usare un oggetto ingiustificatamente raffinato per un semplice piatto di fagioli, valorizzando quel momento e la situazione. Perché in fondo sono le piccole cose che danno il sapore a tutto il resto. Oltretutto in queste cose bisogna valutare i mezzi che si hanno a disposizione: i fagioli vogliono una cottura lunga e costante, che con altre pentole sarebbe stata difficile da gestire all’aperto, senza controllare il fuoco ogni due minuti. Per questo avevamo bisogno di una pentola che mantenesse una temperatura interna costante. A questo aggiungete che per un picnic non potevamo portarci via cinque litri d’acqua, ma con una pentola in grado di conservare l’acqua all’interno è bastata quella dell’ammollo dei fagioli, che ha colorato il sugo di nero.

prontoInsomma, un fuoco da campeggio è una cosa semplice, ma è mantenerlo semplice lavorando sui dettagli che lo rende speciale, e interessante. Avere cura delle piccole cose. Alla fine non è servito molto, un fuoco, dei fagioli, e una pentola.