ACROSS, Pieni e vuoti del turismo tradizionale

Per il primo appuntamento dell’anno abbiamo scelto di portare subito i nostri clienti su un argomento fondamentale: la sostenibilità degli sport di montagna. Cercando quel collegamento stretto e indissolubile che lega la natura e la montagna a chi la vive e la attraversa direttamente. A séguito della proiezione dei documentari “ACROSS” e “Vanishing Lines i nostri ospiti dialogheranno col pubblico sugli argomenti della serata: l’ambiente, la montagna e la sostenibilità.

I poster dei due documentari

Appuntamento quindi mercoledì 16 marzo, alle 20,30 al reparto campeggio del negozio per la proiezione del documentario “ACROSS” di Luca Albrisi, supportato da Patagonia e Birra del bosco. Seguirà poi il documentario prodotto da Patagonia Europe “VANISHING LINES”. Entrambi trattano il turismo sciistico invernale nelle alpi, analizzato sotto uno sguardo critico e mettendo il focus su modelli turistici alternativi.

ACROSS Emptiness

Il paesaggio alpino contemporaneo è il risultato di una stratificazione di azioni umane e di azioni naturali che interagiscono da secoli. In uno scenario in cui l’azione umana è tanto potente ha ancora senso di parlare di spazi naturali? In pieno lockdown Luca Albrisi attraversa i luoghi del turismo tradizionale alpino trasfigurati dalla pandemia, portandoci in uno scenario surreale e apparentemente svuotato, per interrogarci sulla sostenibilità di quel sistema, sullo spazio per modelli alternativi e sul ruolo della comunità outdoor all’interno di questo processo.

Vanishing Lines

L’addomesticamento della montagna ha subìto processi analoghi in tutto l’arco alpino, ma modificandosi in base a seconda della morfologia del territorio. Con l’espansione di stazioni sciistiche e di nuove infrastrutture sempre più infrastrutture invadono oggi anche i luoghi più alti e a lungo intoccati. Vanishing Lines parla di questi luoghi, chiedendosi quale sia il futuro dei ghiacciai, e di quante aree sciistiche abbiamo ancora bisogno.

E dopo?

Finita la proiezione dei due documentari, parleremo con Luca Albrisi, Alessandra Tanas (project manager di sviluppo territoriale delle aree alpine), e Elisa Bessega (fotografa e attivista di The Outdoor Manifesto) di sistemi di sviluppo turistico alternativi, del rapporto tra le attività sportive e le loro conseguenze economiche e antropologiche, del rapporto tra uomo e montagna nel nostro secolo, in un dialogo aperto col pubblico.
Modera la serata Filippo Caon, attivista, ultrarunner e scrittore di montagna, nonché amico e collaboratore di ERCOLE Tempo Libero.

Luca Albrisi
Luca Albrisi in due parole

Milanese di origini è diventato maestro di snowboard a soli 21 anni, si è laureato in Filosofia e specializzato in tecniche di narrazione, documentarismo e storytelling.
Nel 2012 ha co-fondato Pillow Lab una società di comunicazione e produzione video specializzata in creazione di contenuti relativi al mondo outdoor con la quale hanno vinto un Ispo Award per la comunicazione e lo storytelling tra progetti provenienti da tutto il mondo.
La sua grande passione per lo snowboard freeride e alpinistico ha trovato sfogo nella pratica dello splitboarding, da qui la pubblicazione del libro “Splitboard – tra tecnica e filosofia” mentre il connubio tra outdoor, ecologia e narrazione lo ha poi portato a scrivere e dirigere il documentario “The Clean Approach. Essere, Outdoor” tutt’ora in tour e ha preso parte ad alcuni tra i più importanti Film Festival di montagna.
In seguito nasce inDEEPendent | Outdoor Narrative & Luca Albrisi brand tramite i quali gestisce le sue attività di “scrittura, documentarismo e tutto quello che c’è nel mezzo” al fine di far coesistere la sua identità di snowboarder, quella di narratore e quella di ambientalista.
“Credo profondamente nell’importanza di uno stile di vita sostenibile – che cerco di perseguire nei vari aspetti della mia esistenza – ma sono convinto della necessità di intraprendere una partecipazione attiva nella lotta in nome della difesa dell’ambiente naturale.”
Per questo, insieme ad altri amici, ha scritto e sottoscritto il “The Clean Outdoor Manifesto” con il fine di contribuire allo sviluppo di una cultura outdoor sostenibile innescando un cambiamento che venga dal basso e volto a costituire una massa critica nel mondo outdoor. 

 

Riepilogo della serata:

Mercoledì 16 marzo, ore 20,30
Presso ERCOLE, Via Tre Scalini 1 – Dueville (VI)

info: sport@ercoletmepolibero.it

L’evento è organizzato nel pieno rispetto delle norme anti Covid

 

Spin me on the miles

Intervista di Filippo Caon a Marco De Gaspari

A luglio 2021 mi apprestavo a tentare, per la seconda volta, la traversata del Lagorai in meno di ventiquattro ore. L’idea di collegare un’intera catena montuosa in una sola giornata è una cosa affascinante e rappresenta perfettamente la mia idea di ultrarunning: un percorso logico e lineare che parte da un punto A e arriva a un punto B. Nessuna assistenza, se non qualche amico che cucina polenta sul percorso, e tante persone, migliori amici e sconosciuti, con cui condividere tante ore in montagna. Nei mesi precedenti avevo corso principalmente sulle scorrevoli forestali attorno a Trento, ma il Lagorai era tutto un altro ambiente. A meno di una settimana da quella data ero anche rimasto senza scarpe, e quelle che avevo usato nei mesi precedenti non le avrei volute avere ai piedi su quei sentieri. Alla fine, confrontandomi con Francesco Orrico e con Marco Gissi ho peso un paio di Scarpa Spin Infinity da Ercole, e mi sono presentato alla partenza avendoci corso sopra un’oretta sull’argine dietro casa e un’altra ora in ciclabile a Predazzo. Ho corso ventidue ore su una scarpa nuova e mai provata prima: sono stato fortunato; ma al di là della fortuna le Spin mi sono piaciute. Mesi dopo, ho provato (e consumato) un paio di Spin 2.0, che mi è piaciuto anche di più (per una ragione divertente, il paio su cui ho corso era la versione da donna).

Marco De Gasperi

Così ho chiesto ad Andrea Ercole se avesse un vecchio paio di Spin ‘1’ da testare (che non si chiamavano ‘uno’, ma è per intenderci) per scriverci qualcosa sopra. Poi ho fatto una telefonata a Marco De Gasperi per capire qualcosa di più della linea Spin e per sapere più dettagliatamente le modifiche che sono state fatte tra i vari modelli. Mi è costato un po’ di tempo in ricerca e approfondimento, ma mi sono divertito a scriverlo. Buona lettura.

Al tempo, la Spin sancisce l’ingresso di Scarpa nel mondo running, che anche oggi, a diversi anni di distanza, resta la serie su cui si identifica il calzaturificio di Montebelluna. La prima Spin ha tutte le caratteristiche di un modello minimalista che si adatta alla corsa di pochi: concede poco o nulla, ammortizza meno, ma è molto reattiva, leggera e veloce anche sul tecnico, con una tassellatura in Vibram Megagrip che è rimasta valida nel tempo. È la scarpa con cui si allena Ueli Steck, e con cui Davide Grazielli stampa il miglior tempo italiano a Western States nel 2017. La scarpa funziona, così l’azienda decide di allargare la fascia di mercato sviluppando un modello simile ma leggermente più strutturato, e con una calzata più comoda: nascono in fila prima Spin RS e poi Spin Ultra, che diventerà il modello più venduto dell’azienda nel settore trail. Con la Spin RS Scarpa introduce sul mercato anche un nuovo tipo di mescola, il Vibram Litebase, che diminuisce il volume della suola grazie a una struttura reticolare interna (almeno così l’ho capita io). Con questi tre modelli, affiancati da Neutron e Proton (che però hanno le ore contate) l’azienda arriva al 2019, quando Marco De Gasperi entra in Scarpa.

Scarpa Spin, Scarpa Spin RS, Scarpa Spin Ultra

Durante i primi mesi di pandemia, mentre io me ne sto in casa a scrivere la tesi lamentandomi della mia periostite tibiale, il team di Scarpa sviluppa due nuovi modelli: Spin 2.0 e Spin Infinity.

Scarpa Spin 2 e Scarpa Spin Ultra

La prima, come si intuisce dal nome, è l’upgrade della prima Spin, mentre la seconda è un nuovo modello dedicato alle lunghe distanze, che si affianca alla Spin Ultra. Quando chiedo a Marco perché abbiano deciso di mantenere in catalogo due prodotti che apparentemente appartengono alla stessa categoria mi risponde così: «Si è deciso di tenere la Spin Ultra e di sviluppare un nuovo modello che veniva richiesto sul mercato. La Spin Ultra andava bene per una atleta più evoluto, in grado di spingerla, ma quando si trattava di un amatore che aveva bisogno di tenere la scarpa ai piedi per molte ore diventava un modello troppo esigente. Anche la Spin Infinity è dedicata alle lunghe distanze, ma è più traspirante, più comoda sull’avampiede, e ha una rullata meno esigente. In più abbiamo cercato un compromesso sull’intersuola usando una mescola a doppia densità: ha una zona di supporto laterale, mantenendo all’interno un cushoning di media densità, su tallone e avampiede».

Aurelien Dunand Pallaz

Ciò non significa però che sia una scarpa lenta o pesante: Aurelien Dunand-Pallaz ci ha stampato un secondo posto a UTMB e Daniel Jung ci ha vinto la Diagonale des Fous (a onor di cronaca, a braccetto con Ludovic Pomerret). È una scarpa tecnica, da montagna, protettiva e rigida, e non pesa molto (sul blog la avevamo già recensita, potete leggerla qui).

La Spin 2.0, invece, richiede qualche osservazione più tecnica. A un primo sguardo la scarpa sembra identica alla prima versione: i volumi sono leggermente aumentati, ha un look più attuale, ma è pressoché la stessa scarpa. Se poi iniziaste a stropicciarla con le mani vi accorgeste che è diversa anche la risposta di ceri materiali: è più protettiva, la conchiglia sul tallone ha più struttura, l’intersuola è più morbida ma in generale flette meno, soprattutto in torsione, evitando quell’effetto di ‘vado dove mi pare’ che aveva prima. Se ci fate qualche passo, infine, capite che è completamente diversa: Marco De Gasperi mi spiega che il vecchio modello utilizzava una mescola in EVA, mentre quello nuovo utilizza una mescola in Pebax, o meglio, un blended di EVA e Pebax. La differenza è che l’EVA dà più cushoning (ammortizzazione) e il Pebax più rebound (rimbalzo? Nah, facciamo ‘ritorno di energia’), rendendola una scarpa teoricamente più reattiva: ma il blended dei due materiali la rende anche più comoda, e molto. Per guidarvi nelle mie considerazioni, devo dire che personalmente preferisco le scarpe mediamente leggere, che non sono adatte a tutti; tuttavia, ho anche una predisposizione per certi infortuni e non posso esagerare con il minimalismo, e non mi piacciono le scarpe fascianti, insomma, se dico che è comoda potete fidarvi. Mi è anche capitato di trovarmi fuori città con un solo paio di scarpe e di essere costretto a eseguirci esercizi di velocità su asfalto: non è consigliabile, ma si può fare tranquillamente. Rispetto alle vecchie Spin, la forma delle 2.0 è leggermente più comoda e il famice (la larghezza della suola sul mesopiede) è stato allargato dandogli più stabilità. Infine, è stata tolta la piastra che c’era sul vecchio modello, che a parer mio non serviva a molto, e sono stati aggiornati alcuni dettagli, come la linguetta. Se ne avete la possibilità provatela – personalmente la userei anche in una 100 miglia.

Un ultimo consiglio, Marco mi ha accennato dell’uscita di un nuovo modello di Spin nella prossima primavera. Non sono ancora state diffuse immagini ufficiali, ma sono andato a sbirciarle ai piedi di Manuel Merillas, che le ha usate durante il record di ascesa del Monte Bianco dalla Via Ratti – trovate il video in rete.

Zinal di Hoka One One

In effetti nel catalogo Hoka One One  mancava una scarpa così. Del marchio californiano, la maggior parte dei nostri clienti apprezza la comodità di modelli come Speedgoat e Mafate, e probabilmente molti di voi non saranno interessati a una scarpa che pesa appena 240 grammi. Ma se vi dicessimo che sono anche comode? È vero, comodo e reattivo sembra un controsenso scritto per vendere il prodotto a tutti i costi, e non vogliamo darvi a credere che la Zinal sia per forza una scarpa adatta a chiunque; ma non a tutti piace necessariamente quell’effetto di cushoning tipico di Hoka, che a qualche piede dà quasi una sensazione di innaturalezza. Per questo la Zinal funziona così bene: perché riesce a mantenere alcune delle qualità tradizionali di Hoka portandole su una scarpa che dà una sensazione più ‘tradizionale’. Non è una scarpa estrema in nessuna direzione: è meno comoda di una Speedgoat ma lo è più di una scarpa leggera tradizionale.

Pur essendo ispirata alla skyrace più famosa al mondo, la Zinal si è già vista ai piedi di alcuni atleti in gare lunghe, che vengono prevalentemente camminate. Ad esempio, Franco Collè ci ha corso i primi chilometri dell’ultimo Tor des Geants: ok, un Tor sotto le 70 ore non può essere un riferimento valido per un amatore, ma considerate che la media oraria comunque non supera i cinque chilometri all’ora, ossia il passo di una camminata.

Ne approfittiamo per una digressione: si tende a differenziare molto le esigenze di un atleta forte rispetto a quelle di un atleta più lento. Tuttavia, le prestazioni di un materiale non si misurano in base all’ordine di classifica, ma alla velocità a cui la scarpa viene portata. Ad esempio, la risposta di una scarpa reattiva non sarà molto diversa tra un’andatura di 5:30’ da una di 4:30’ al chilometro, e per sentirne i vantaggi bisognerà scendere almeno sotto ai 3:50’ e minuti al chilometro – ad esempio, una scarpa con la piastra in carbonio al di sopra di quell’andatura non vi darà alcun vantaggio, per quanto i 4:30’ (in termini relativi) sia un’andatura molto veloce rispetto a una di 5:30’. Allo stesso modo, in montagna, specialmente in una gara lunga, per quanto l’andatura del primo classificato sia completamente diversa da quella dell’ultimo, sarà comunque troppo lenta perché i vantaggi di una scarpa veloce siano apprezzabili. La differenza, più che nella velocità dell’atleta, sarà semmai nella sua capacità di sopportare il tipo di impatto a terra o la sensazione di protezione che dà la scarpa.

Franco Collè al Tor 2021 con le Hoka Zinal

Tornando alla nostra Zinal, chiudiamo con una panoramica per i nerd di scarpe: ha una calzata abbastanza fasciante sia sul collo del piede sia sul toe box (lo spazio per le dita), ma non le comprime perché il mesh è abbastanza elastico. Il puntale è rinforzato in TPU, ma senza strutturarla troppo e mantenendola leggera. Il sistema di allacciatura tradizionale è essenziale e fa ciò che deve, anche grazie alla linguetta a soffietto. L’intersuola usa un tradizionale EVA, che unisce l’ammortizzazione della linea da trail di Hoka alla reattività degli ultimi modelli in campo stradale. A differenza della Hoka Torrent, anch’essa concepita per le brevi distanze, la suola della Zinal utilizza una mescola in Vibram Megagrip sull’avampiede e Litebase sul tallone.
La tomaia è il nuovo mesh di Hoka, per ora disponibile su questo modello, ma dalla prossima stagione allargato anche all’attesissima quinta versione delle Speedgoat 5 e alla new entry in casa Hoka (sempre dalla prossima primavera) Tecton X.

Abbiamo avuto modo di provarla anche sui sentieri di Limone sul Garda partecipando in prima persona ai test di The Pill magazine per l’Outdoor Guide invernale 2021-2022, che potete trovare in negozio da noi (e se volete sbirciare qui: The Pill Outdoor Guide FW22 – The Pill Outdoor Journal).

Qualità etica e sostenibilità

Intervista a Paolo Dall’Igna

Come al solito, di getto: nome, età, dove sei nato.

Paolo Dall’Igna, 57 anni, Thiene, Vicenza.

Da quanto tempo lavori da Ercole?

Lavoro in Ercole dal 3 dicembre 2007.

Paolo al reparto nautica del negozio.

Come vivi il tuo rapporto con l’aria aperta? Che attività outdoor pratichi?

Il mio rapporto con la natura è di simbiosi. Non potrei assolutamente farne a meno, è una parte essenziale del mio essere. Per me, le camminate in montagna, o in riva al mare, sono momenti di profonda rigenerazione. La mia attività preferita è il tiro con l’arco, che pratico solamente all’aperto, su percorsi concepiti nei boschi o nelle pinete, simulando l’ambiente di caccia; con la differenza che gli animali sono sintetici. E poi la bici, che per me è solo MTB, e quindi fuori strada; non amo il traffico e la confusione, quindi cerco la pace della natura. In fine, quando posso esco in barca a vela, e anche qui il contatto con madre natura è molto forte.

Di cosa ti occupi in negozio?

In negozio seguo il reparto dedicato agli sport nautici e la ricambistica camper e caravan, oltre a tutto ciò che riguarda l’elettronica outdoor.

Come hai visto cambiare l’approccio del cliente negli ultimi anni?

L’approccio del cliente negli ultimi anni secondo me è migliorato, è molto più informato e attento alle spiegazioni, ed è in grado di distinguere la qualità del prodotto. Naturalmente da parte nostra ci deve essere più attenzione ed altrettanta formazione, in una parola: professionalità.

Quali brand tratta il tuo reparto e in che modo li selezioni? 

Per quanto riguarda la nautica, il nostro fornitore più grosso di accessoristica è Osculati, mentre per canoe e Sup abbiamo Bic Sport e Jbay.

Per l’accessoristica camper ne teniamo moltissimi. Dai più conosciuti come Fiamma, Thetford, Dometic, Thule o Truma, a marchi emergenti come Mestic o GoalZero, che forse sono più conosciuti all’estero. La selezione segue la nostra linea aziendale, che è condivisa da tutti noi, ossia etica e sostenibilità. E forse è solo un caso (o forse no) ma le aziende che seguono questa filosofia hanno anche un personale con uno spiccato senso di aggregazione, e con cui è più facile lavorare.

Il prodotto che ti ha stupito di più nell’ultimo anno?

Nel nostro settore, negli ultimi anni l’innovazione è esplosa. Ci sono molti prodotti che ci hanno stupiti, da cose molto semplici a vere e proprie rivoluzioni. Ma per quest’anno il mio prodotto preferito è sciuramente GoalZero con le sue soluzioni per immagazzinare energia in sicurezza. Per chi vive all’aperto è importante perché può passare dal poter semplicemente ricaricare il GPS o la batteria della fotocamera, a rifornire di energia un campo base, con illuminazione frigoriferi e le tante diavolerie elettroniche che ormai fanno parte della nostra vita anche all’aria aperta.

Su cosa vorreste puntare come negozio?

Sicuramente il nostro target è già definito, a costo di essere ripetitivo direi qualità etica e sostenibilità. Vorrei lavorare in un posto che venga riconosciuto non tanto come mera attività commerciale, ma come punto di riferimento per chiunque ami la vita all’aria aperta.

Come ti piacerebbe vedere crescere ERCOLE nei prossimi anni?

Ercole sta già crescendo molto. La nostra ditta è in un momento di forte espansione e al di là del fatturato necessario ad andare avanti, vedo crescere soprattutto una squadra con pensieri e visioni del futuro molto simili. Ritengo che sarà questa la nostra arma vincente.

E come ti piacerebbe veder crescere il cliente nei prossimi anni?

Per quanto possiamo impegnarci, non potremmo mai raggiungere la conoscenza specifica di un prodotto come chi lo utilizza tutti i giorni. Quindi l’ideale sarebbe creare un network, in cui ricevere i feedback dei clienti, non tanto per danneggiare o criticare qualcosa o qualcuno come succede ora, ma per trovare la migliore soluzione ad un problema.

Grazie Paolo. Se avete domande passate a trovarlo in negozio o scrivetegli cliccando QUI.
Noi ci vediamo sui sentieri.

Perché la sostenibilità non significa responsabilità?

Probabilmente l’ecosostenibilità della produzione industriale è un tema che ti interessa e che guida i tuoi acquisti. Molte aziende rivolgono la propria comunicazione a rendere noti i propri sforzi per una produzione ecosostenibile, impegno che costituisce un vero e proprio appeal dei prodotti in grado di incentivare le vendite.
Potresti pensare quindi che tutte le società puntino a celebrare le proprie attività come ecosostenibili, ma non è per forza così.

Società come Patagonia e AKU hanno deciso di rimuovere dalla propria comunicazione aziendale riferimenti “sostenibilità”. Non si tratta di evitare di assumersi responsabilità ma dell’esatto contrario.

La produzione industriale non può mai realmente essere a impatto 0 sull’ambiente.

Patagonia ha fatto presente che riduzioni di emissioni non porteranno comunque al decantato impatto 0 se non viene ripensato per intero il processo di produzione, tagliando le emissioni in tutta la filiera. Anche trasporto, packaging, spedizioni contribuiscono infatti al carico di inquinamento.
Un’azienda che si serve di processi industriali non può essere sostenibile nel modo che comunemente si intende. Vendere l’obiettivo dell’ “impatto 0” significa semplificare un discorso molto più complesso e non prendere in considerazione l’inevitabile inquinamento che si produce dall’attività industriale.
Dobbiamo distinguere la “sostenibilità” dalla “responsabilità”. Non si tratta di sfumature linguistiche bensì di concetti effettivamente diversi. Compensare le emissioni non è sufficiente per annullare l’impatto ambientale di produzione e trasporto dei beni. Oltre alla produzione in sé per sé esistono altre attività correlate quali il trasporto, il packaging e le spedizioni.
AKU – di recente onorata della certificazione carboonfootprint – ha scelto di adottare il termine “responsabile” al posto di sostenibile.
L’obiettivo è quello di ridurre il più possibile l’emissione di CO2, metano e altre sostanze inquinanti.

Patagonia è attenta alle cause profonde dei problemi ambientali e le affronta promuovendo cambiamenti a lungo termine, per questo sostiene le opere a favore dell’ambiente.

Perché puntiamo sulla responsabilità e non sulla sostenibilità

Quindi una produzione responsabile non può essere definita a impatto ecologico zero, perché l’annullamento di tutte le ricadute ambientali costituisce un obiettivo irrealistico: invece risulta molto più fattibile ripensare i propri processi produttivi per incidere sull’ambiente nell’ottica minima concessa dal proprio genere di attività.
Le aziende quindi sono parte esse stesse del problema, ma possono decidere di prendere atto delle proprie responsabilità per individuare il modo di danneggiare l’ambiente il meno possibile, reinventandosi e controllando le proprie attività per renderle più sostenibili dalla natura.

Quando valutiamo una collaborazione con un nuovo marchio siamo sempre molto attenti che queste siano attente alla sostenibilità e all’impatto della filiera per la produzione dei prodotti.
A seconda del settore dobbiamo essere più o meno tolleranti ma dobbiamo dire che soprattutto chi serve il mondo outdoor, forse per il rapporto diretto che i fruiotori hanno con l’ambiente, la sensibilità è alta, così siamo orgogliosi di proporre prodotti e materiali idonei alla preservazione dell’ambiente, di mari, valli e montagne e della stessa aria che respiriamo.

Come sempre siamo a disposizione in negozio o scrivendo a info@ercoletempolibero.it per qualsiasi tipo di informazione.

Le Spin Infinity e i nuovi modelli Scarpa per il trail running

Con l’arrivo di Marco De Gasperi, nel 2021 Scarpa ha proposto un ampliamento del suo catalogo di scarpe da trail running, allargandone anche il bacino di utenza. I suoi modelli storici, infatti, pur essendo super performanti e di ottima fattura, richiedevano al corridore delle buone caratteristiche biomeccaniche che fanno di queste scarpe dei modelli abbastanza esclusivi e adatti a pochi. Con l’uscita sul mercato dei nuovi modelli Golden Gate, Ribelle Run e Spin Infinity, invece, l’azienda di Montebelluna è riuscita a creare delle scarpe altrettanto performanti ma adatte anche ai corridori meno veloci e che necessitano di più protezione.

Marco De Gasperi

In questo articolo vi parleremo più specificatamente delle nuove Spin Infinity.

Nate originariamente come scarpe da corse brevi e tecniche, le prime Spin hanno dimostrato il loro valore anche nelle gare lunghe e corribili dei sentieri americani, ai piedi di atleti come Joe Grant, che ne hanno ampliato la versatilità. Essendo comunque una scarpa piuttosto secca e minimalista, Scarpa negli anni ha sviluppato i due modelli RS e Ultra, pensati per offrire maggiore protezione al piede, senza perdere però la logica con cui nasceva la Spin originale: sensibilità, velocità, leggerezza.
Con le nuove Spin Infinity, sviluppate insieme alla new entry in azienda Marco De Gasperi, Scarpa ha provato a mantenere queste caratteristiche, mantenendo una suola super aggressiva in Mega Grip, ma aumentando la capacità di ammortizzazione e di protezione di un pacco intersuola totalmente ripensato, grazie a un’accoppiata di mescole di diversa densità, che uniscono reattività a protezione e ammortizzazione.
Un’altra caratteristica che apre alle Infinity le porte alle lunghe distanze è un ampliamento dello spazio per le dita sull’avampiede, che le rende ancora più comode, e permette al piede di lavorare correttamente.
Nonostante questo, le Spin restano una scarpa estremamente tecnica e adatta ai terreni più impervi dell’arco alpino e per le gare dolomitiche: ve le consigliamo per gare dure come la Dolomiti Extreme Trail o gare di media distanza come la Cortina Trail. Per arrivare poi fino alle gare lunghe e tecniche di fine estate come la TDS del circuito UTMB o il TOR130.

Filippo ci scrive: «Dovevo correre Translagorai Classic dopo due settimane e avevo finito tutte le scarpe da corsa. Non è mai una buona idea correre un’ultra con un paio di scarpe che non hai mai provato, ma non avendo alternative ho dovuto optare per le Spin Infinity. Le ho testate per la prima volta in una gara breve a Courmayeur una settimana prima della Translagorai e ho avuto subito un buon feeling, così sono arrivato alla partenza di Translagorai più rilassato. E in effetti non ho avuto nessun problema con le scarpe, anzi, mi sono trovato davvero bene, sebbene il terreno sia davvero molto duro e si debba stare sulle gambe tantissime ore a velocità davvero basse.»

Insomma, se cercate una scarpa adatta a terreni più corribili, e a sentieri polverosi, forse le Golden Gate sono il modello che fa più al caso vostro, in cui Scarpa ha aumentato più che in ogni altro suo modello la capacità di protezione dell’intersuola adatta alle gare più lunghe e corribili, a scapito di un’aggressività che nelle Spin resta ineguagliata.

Se avete domande passate in negozio e chiedete ai nostri esperti. Ci vediamo sui sentieri.

Malga Foraoro: i nuovi movimenti, le vecchie amministrazioni

Intervista di Filippo Caon a Vitor Pereira

Il passato e il futuro della Prealpe veneta tra carte, concessioni e beni comuni.

Malga Foraoro sta là. Si vede da tutta la provincia, anche dal Basso Vicentino, nelle giornate limpide. È un prato a balcone sulla pianura, a milletrecento metri sul livello del mare. Da diversi anni è gestita da Vitor e Zeudi, portoghese lui e veneta lei. Sono stati la prima malga nella storia dell’Altopiano di Asiago a tenere aperto d’inverno, oltre ad essere un punto di riferimento nel movimento outdoor dell’area. Gare, concerti, eventi. Una bella realtà, visionaria, senza dubbio.

È stato bello, ma sta per finire, almeno qui e con questa forma: il sindaco di Caltrano non rinnoverà a Vitor e Zeudi la concessione per la gestione della malga per il prossimo inverno.

Qui non è solo una malga che riapre, ma un intero mondo – il nostro, se volete – che fallisce sotto l’incedere di amministrazioni sonnecchianti e poco lungimiranti.

Domenica, una delle ultime di apertura, sono salito in malga per fare una chiacchierata con Vitor, davanti a una (buona) birra. Parliamo sull’atrio della malga, in una fredda e limpida giornata di ottobre. Sul fondo si vede il mare, la laguna, poco sotto di noi il corso dell’Astico che porta a Breganze, il Summano e le Piccole poco più a destra. Qui quello che ci siamo detti. Buona lettura.

Vitor: La parte politica di ciò che è successo non mi spaventa. Noi facciamo un post su Facebook, qualcuno lo prende e poi ci fa quello che vuole. L’unica cosa che noi volevamo era che la gente si esprimesse, ed è successo.

Noi siamo passati da essere tatuatori e musicisti a Londra a fare una vita in montagna. Ho conosciuto Zeudi a Londra, poi lei è venuta a trovarmi in Portogallo, e io sono venuto a trovarla qua innamorandomi del territorio. Zeudi viene da una famiglia di malgari e di pastori, e stando qua con lei ho conosciuto quel tipo di vita. Nei miei viaggi ho sempre provato ad allontanarmi dalla civiltà, dai centri urbani, e così è successo anche qua. La mamma di Zeudi e il suo compagno gestivano questa malga prima di noi. Dopo essere rientrati a Londra abbiamo avuto nostro figlio, ma dopo poco siamo riusciti a tornare qua e abbiamo preso in gestione la malga. Ma non volevamo gestire soltanto la malga, il nostro progetto era di una montagna diversa. Non abbiamo mai avuto dubbi che fosse fattibile. Sin dall’inizio abbiamo pensato che non avesse senso tenerla chiusa per la maggior parte dell’anno.

Filippo: Da quanto la gestite?

V: Sono sei anni, e questo doveva essere il quarto inverno. Nella storia dell’altopiano siamo la prima malga ad aver aperto in inverno. Il primo giorno di apertura fuori stagione fu quello di Vaia, la più grande tempesta del secolo. L’anno scorso abbiamo avuto la più grande nevicata del secolo. E non abbiamo mai avuto nessun problema strutturale. È ingiustificabile quello che è successo.

F: Ma spiegami la storia dall’inizio.

V: Il sindaco di Caltrano [il Comune che gestisce la malga, ndr] ha dichiarato che l’anno scorso sono emerse delle problematiche a causa di un intervento dell’Enel per un danno all’impianto della nostra malga e di quella appena sotto di noi. Per cui il sindaco avrebbe dovuto autorizzare il soccorso alpino ad aprire la strada agli ingegneri dell’Enel per l’intervento. Lui dice che è sua responsabilità penale, ma non è così. È necessario firmare un’assicurazione per permettere l’intervento ma la responsabilità penale non è del sindaco.

L’Enel è obbligata da statuto a sistemare un guasto entro otto ore. Ma è un protocollo dell’Enel, non c’entra niente col sindaco di Caltrano.

F: In pratica hanno sfruttato questa autorizzazione per imporvi la chiusura per motivi di sicurezza. No?

V: Sì. Ma noi in tutti questi anni abbiamo firmato dei documenti in cui ci assumevamo la responsabilità di eventuali danni nel periodo invernale. Perché in estate normalmente ce l’ha il comune: la malga è del comune perché appartiene alla comunità.

Ma noi avevamo svincolato il Comune da questa responsabilità, proponendo al sindaco di assumerci anche gli oneri economici per gli interventi in inverno.

Pensa che noi in malga abbiamo solo stufe, non abbiamo una caldaia elettrica. Il che significa che io devo accendere le stufe tutti i giorni, eppure non abbiamo mai avuto problemi. Il Rifugio Alpino, qua dietro, l’anno scorso, con la vecchia gestione, è rimasto a quindici giorni senza elettricità, la caldaia non è andata e gli impianti idraulici sono esplosi. Qua non è mai successo nulla di simile. Perché chiudono noi?

Non riusciamo a capire come sia possibile che pur avendo tutti i documenti forniti dalla Regione che dividono le responsabilità penali del sindaco dalle nostre, il sindaco si possa rifiutare di guardarle. Questo è davvero grave.

La verità è che parlare di economia alternativa in montagna non è negli interessi della maggioranza dei sindaci locali. Per i sindaci la malga deve essere alpeggio e formaggio. Basta. Ma i sindaci non sono disposti a fare un tipo di investimento culturale in questo senso. Ma come fai ad avere una resa di quel formaggio? Lo devi vendere. Ma mica lo vendi a casa. Devi aprire un agriturismo. E di questo nessuno ne parla. Ma tutto è a carico nostro.

Non ci siamo mai proposti come dei semplici malgari (non c’è nulla di ‘semplice’ nel malgaro, ma hai capito). Noi volevamo proporre anche altro, e volevamo dare un’impronta alla malga. La malga fa parte del territorio, e volevamo dimostrare che ci sono altre cose da fare in montagna.

F: Voi vi occupate anche del bestiame?

V: In estate sì. Per conto di un’azienda agricola. Gestiamo sia lo stabile che i pascoli.

F: Nel Vicentino la presenza di Malga Foraoro si sente ed è molto forte. Ma una carrellata di cose che avete fatto, per chi non vi conosce?

V: Siamo partiti con eventi a culturali. Abbiamo organizzato workshop esperienziale in cui un gruppo indiano mostrasse la cultura tribale indiana. All’inizio arrivare in montagna e vedere un gruppo di indiani sembrava strano. Abbiamo fatto concorsi fotografici e mostre, abbiamo avuto musicisti, gare podistiche, eventi enogastronomici. Abbiamo fatto una serie di presentazioni con autori per parlare con loro e presentare i loro libri. Sono venuti Luigi Sebastiani e Giancarlo Ferron, e una serie di attivisti della montagna.

Dopo il Covid è diventato più che altro un punto di ristoro più simile a un agriturismo, d’altronde non c’era tempo di fare altro. Ma siamo un punto Hoka One One, e abbiamo un centro test di scarpe, siamo partner di Ferrino, e presto ci saranno anche altre aziende, in modo da permettere di testare materiale direttamente in montagna. Per noi sono cose basilari, ma crediamo che sia giusto farlo. Abbiamo avviato il primo protocollo ULSS per la raccolta e la filtrazione dell’acqua piovana. Non abbiamo fatto nulla di diverso da quello che facciamo nella nostra vita.

Io ho una casa, i miei figli non vivono qui, e in inverno passo settimane senza vederli per stare in malga. Molte volte li vado a prendere con la slitta per il weekend, e tante volte in inverno li portavo su sulle spalle. Non ho mai detto a nessuno quanto bravo fossi, se devi farlo lo fai. Ma mica l’abbiamo fatto da soli. Tutti i malgari dell’Anello delle malghe hanno fatto altrettanto.

F: Come The Outdoor Manifesto stiamo conoscendo sempre più rifugisti proiettati verso una montagna diversa. Come Guido del Rifugio Caldenave (prima Pian dei Fiacconi), o Franz Nicolini del Rifugio Tosa Pedrotti. Tu senti solidarietà tra chi fa il tuo mestiere, o ti senti da solo?

V: Con l’Anello delle malghe siamo un gruppo che condivide le stesse idee. Cerchiamo tutti qualità anziché quantità, non tanta affluenza, ma buona e rispettosa.

Siamo stati i primi a chiedere al comune che il giro delle nostre malghe fosse chiuso al traffico. Ovviamente non ci hanno ascoltati. Così non siamo in montagna, è pianura elevata, sebbene a una quota considerevole, ma abbiamo una strada. La maggior parte degli escursionisti veri qui ci vengono proprio in inverno, perché non ci sono le macchine. Avere la strada aperta sta scacciando i veri amanti della montagna. Se vogliamo creare un’economia dobbiamo stare attenti a questi aspetti.

F: Quello delle malghe di Asiago è il consorzio nel suo genere più grande al mondo. Deve essere un mondo piuttosto complicato, tanti interessi politici, tante amministrazioni diverse, leggi diverse per territori diversi. Com’è l’ambiente?

V: Ti dico solo che è ancora gestito con leggi degli anni 60. È assurdo. Sono norme completamente in contrasto col mondo di oggi. Chi fa agriturismo, ad esempio, non sopravvive. Noi abbiamo provato a unire le due cose: malga e agriturismo, ma gestire uno stabile in montagna non è come gestire una malga. Non c’è sensibilità locale a questo aspetto, e di conseguenza non ci sono giusti investimenti. Di 80 malghe solo 25 sono malghe di produzione. Le altre fanno o solo alpeggio, rientrando coi contributi europei, o hanno un’azienda agricola che li sostiene. Ciò che bisogna creare sono stabili che riescono a gestirsi da soli senza la parte dell’alpeggio. Bisogna iniziare a vedere in modo diverso le cose. A livello locale la malga è cambiata, ma è cambiato il mondo.

F: Oggi è il 10 ottobre. Cosa accadrà?

V: Domani consegneranno una petizione organizzata dai caltranesi. È stata un’iniziativa molto bella ma non credo che cambierà niente. Ciononostante il nostro progetto non si fermerà, come è ovvio. Lo andremo a fare da un’altra parte.

Ma la mia riflessione in relazione al comune è la seguente: e i prossimi che verranno? La gestione verrà sempre data al miglior offerente, che potrebbe essere chiunque. Potrebbe essere che non gli interessi avere nemmeno un agriturismo.

F: Tutta questa cosa rappresenta un po’ il passare del tempo, e di come siano cambiate nei secoli le società alpine. La malga è tradizionalmente comunale perché appartiene alla comunità, non è privatizzata. Il problema è che forse se una comunità fa una petizione e non viene ascoltata, forse è perché questa comunità non c’è proprio più. O se c’è non conta più nulla e viene completamente subordinata ad altri interessi. Stando così le cose non ha nemmeno senso che le malghe siamo comunali.

V: Questo è il punto. Se continuiamo a gestire le malghe così prima o poi arriverà una grande azienda e toglierà tutto ciò che riuscirà a togliere. Finché il comune può usare la scusa di non avere soldi per giustificare l’assegnazione di una malga al miglior offerente di fatto andremo sempre di più verso una privatizzazione.

F: A livello di comunità outdoor, cos’hai avuto indietro? C’è un mondo che si è fatto sentire?

V: Tantissimi amici. È stato molto bello. Tarcisio Bellò, Francesco Rigodanza, Enrico Pollini. Sono stati begli interventi. Quella è stata la nostra vittoria, e la vittoria della montagna.

F: Senti. Camanni chiude «Storia delle Alpi» con questa domanda: «si è montanari di nascita o di adozione?»

V: Entrambe direi. Ma più di adozione che di altro. La montagna la senti dentro.

Grazie Vitor.


Anche noi ringraziamo di ERCOLE Vitor e la sua famiglia per l’amore che esprime quotidianamente per la montagna  in generale e per il nostro territorio in particolare.

Noi siamo certi che lui saprà realizzare i suoi progetti ovunque e saremo di certo al fianco della famiglia Pereira per continuare a vedere vivere le nostre adorate prealpi venete.

Passione, sviluppo e collaborazione

Intervista a Marco Gissi

Ciao Marco. Come al solito, di getto: nome, età, dove sei nato.

Marco Gissi, quarantotto anni, Sandrigo (VI). Credo sia una buona età, oggi a quarantotto anni si ha la mente ancora fresca e un po’ di esperienza in più rispetto a quando si è più giovani.

Da quanto tempo lavori da Ercole?

Ormai lavoro da Ercole da 20 anni. Anche se nel frattempo ci sono tante evoluzioni: ho aperto con ZeroOttomila Sport, un negozio che stava all’interno di Ercole qua a Dueville. Poi abbiamo aperto a Montebelluna e abbiamo contribuito all’apertura di Alpstation di Schio, quindi con Montura, mantenendo di qua il Pro Shop Patagonia, Arc’teryx e Ferrino. Dopo l’esperienza all’Alpstation, avendo sempre mantenuto ottimi rapporti con il negozio e con la famiglia Ercole, sono tornato qua dove lavoro tuttora.

Marco al reparto sportivo

 

Quali attività pratichi in montagna?

Mi piace lo sport in generale, e l’outdoor in particolare: bici, corsa. Per quanto riguarda la montagna preferisco la camminata e la progressione. Amo meno il verticale, di cui conosco comunque le dinamiche, necessarie sia per il mio lavoro che per muovermi in montagna con più consapevolezza.

Ercole cerca di selezionare il prodotto anche in base alla filosofia del marchio; hai voglia di parlarcene?

Faccio un discorso che sta un po’ a monte: la mia idea di prodotto, e anche da appassionato, è legata a una visione più ampia dell’outdoor, non legata solo alla vetta. Ma piuttosto a raggiungere spazi dove vivi più istintivamente la Natura. Insomma, amo viaggiare negli spazi naturali in generale, non necessariamente in montagna. Per questo, personalmente, ho capito sin dall’inizio che andare via con il tipo di attrezzatura che potevo permettermi da giovane e un prodotto che avesse anche un contorno etico era diverso: quando acquistavo mi sentivo coinvolto dalla filosofia del marchio, e dalla sua visione. Per questo la scelta di arrivare a marchi come Patagonia, Arc’teryx e Ferrino (quelli ormai storici nel nostro negozio) è sempre stata legata alla finalità dei brand. Poi ovviamente, oltre all’aspetto tecnico, contano anche l’estetica e la vestibilità del prodotto. Infine abbiamo mantenuto certi marchi anche per i rapporti di amicizia con i costruttori stessi e con le persone che lavorano nelle aziende: lavorare in negozio significa far parte di una catena che inizia con l’azienda e arriva al cliente. Siamo un’unica catena e collaboriamo costantemente insieme.

Come hai visto cambiare l’approccio del cliente negli ultimi anni?

In questi anni è cambiato tutto anche fuori dal negozio. Quando ho iniziato c’erano le cabine telefoniche, oggi abbiamo i cellulari. Anche nei negozi è cambiato tutto: una volta c’eravamo solo noi, e il cliente forse apparteneva più a una nicchia ristretta, e forse anche noi rappresentavamo una nicchia. Inoltre c’era una facilità d’acquisto diversa. Oggi tutto è più mirato e settoriale, e a noi è richiesta più specializzazione. Per questo il nostro ruolo all’interno del negozio è così fondamentale: il cliente deve trovare qui ciò che l’acquisto su internet non può dargli: la poesia, il fascino che ci sono dietro a un prodotto, e soprattutto la competenza. Il nostro compito è spiegare la storia con cui nasce un prodotto, la finalità del marchio e le modalità con cui è stato progettato. Chi esce dal negozio deve insomma essere consapevole di ciò che ha comprato.

Il cliente in generale è cambiato, per certi aspetti è più informato, in generale c’è stato anche un incremento delle abilità sportive: tutto questo prevede ancora più preparazione da parte nostra. E anche scegliere di avere un numero selezionato di brand significa far capire al cliente le ragioni per cui sono stati scelti. Il negozio fine a sé stesso deve trasmettere emozioni. Dobbiamo offrire test, briefing, serate, corsi. Lavorare in negozio significa dare al cliente opportunità (abbiamo finito da poco un corso di GPS, per cui era necessario dare un ausilio al cliente).

Oltre alla scelta dei brand, un aspetto importante del tuo lavoro è anche la scelta del campionario. Cosa cerchi tu, e Ercole come negozio, nei prodotti da tenere in reparto?

Molti prodotti nuovi, comete che vedi passare. La cosa che mi ha sempre affascinato è l’evoluzione dei trattamenti, soprattutto con finalità ecologiche. O la diversificazione dei tessuti: sintetico, merino, tessuti vegetali. E poi tutte quelle evoluzioni legate a capi performanti e che hanno anche una ricaduta ecologica.

Un prodotto particolarmente apprezzato di cui non vi aspettavate il successo? (Possibilmente direi di concentrarsi su un prodotto importante, più che su piccoli accessori).

Il Capilene è un capo super-duraturo e di cui tutti i clienti hanno parlato bene, nonostante il sintetico abbia risposte altalenanti, il Capilene è sempre stato una scelta vincente.

Invece, c’è un prodotto che ritieni non essere stato del tutto compreso dal cliente? E su cui come negozio vorreste puntare?

Difficile da dire. Tanti prodotti hanno avuto un’alta predisposizione alla vendita nel tempo. Nonostante oggi ci siano un sacco di tipologie di scarponi tecnici, io ad esempio amo ancora lo scarpone in pelle: è duraturo, sicuro, protegge il piede ed è praticamente eterno. Richiede cura e attenzione nel mantenimento, ma per me lo scarpone fa ancora montagna.

Qualcosa da dirci?

Il nostro è un lavoro che si evolve nel tempo. E si evolve con la passione, ma anche con la collaborazione delle aziende e col loro intento di innovazione. È davvero bello lavorare insieme a loro: vivi la passione delle aziende per arrivare a quella del cliente fino a diventare un punto di riferimento per le sue attività. Tutto sempre con molto rispetto: non ci possiamo inventare nulla e quello che diciamo al cliente è fondamentale per vendergli il prodotto più adatto alle sue esigenze. È necessario capirne le necessità, e in pratica arrivi a vivere le vacanze con loro.

Grazie Marco. Se avete domande passate a trovarlo in negozio o scrivigli cliccando QUI.
Noi ci vediamo sui sentieri.

Borracce, zaini e bottigliette di Coca Cola

Una storia dell’idratazione nell’ultrarunning

Dunque, un po’ di storia.

A metà anni Novanta Marco Olmo si trova nella sua stanza di Robilante (Piemonte) a pensare alla logistica della sua prima corsa nel deserto: la Marathon des Sables. Senza pensarci troppo prende ago e filo e cuce due porta-bottigliette sugli spallacci del suo zaino, forse un Invicta.

Marco Olmo con uno dei suoi zainetti

Da lì a qualche anno un marchio di attrezzatura francese farà di quell’intuizione la propria cifra, aprendo anche una linea di prodotti progettati in collaborazione con Olmo. Nessuno lo vide però mai correre con uno di quegli zaini, restando fedele ai suoi prototipi. «Chi progetta gli zaini non li usa» dichiara sprezzante in un’intervista. Fatto sta che Olmo è stato uno dei primi a utilizzare sistematicamente un sistema di idratazione che oggi viene usato da tutti i brand di attrezzatura da corsa, da scialpinismo e da montagna.

Ma l’ultrarunning ha una storia più lunga di quello che crediamo noi europei.

Pantaloncini scarpe e borraccia. Tony corre senza troppe paranoie tra le montagne del Colorado.

Nel 1974, un’altra leggenda di questo sport, Gordy Ainsleigh, si presentò alla linea di partenza di una corsa a cavallo di 100 miglia con un paio di scarpe da ginnastica e senza cavallo, infortunato poco prima. Da lì a qualche anno dalla sua intuizione di correre la gara a piedi nascerà una delle corse più celebri della disciplina: Western States 100 Endurance Run.

Gordy Ainsleigh sale verso Emigrant Pass durante una Western States degli anni Novanta.

Corsa tra i torridi canyon che dall’alta Sierra Nevada portano al Gold Country, il principale problema dei pionieri della gara fu l’acqua. I giorni precedenti alle prime edizioni, quando ancora non c’era una vera assistenza lungo il percorso, i corridori ripercorrevano il tracciato di gara per lasciare dell’acqua dietro ai cespugli, per poi tornare a riprendere le bottiglie vuote i giorni successivi.

La soluzione più ovvia per avere un po’ d’acqua tra un punto e l’altro era quella di correre con una bottiglietta di Coca Cola in mano, talvolta fissata al palmo con un nastro di scotch.

Più per necessità che per intuizione, da lì a qualche anno (in realtà ne passarono una ventina), alcuni brand di attrezzatura sportiva iniziarono a produrre le prime handheld bottle, borracce ergonomiche realizzate con dei comodi lacci che le fasciano la mano.

Jenn Shelton con una bottiglietta di plastica alla vecchia maniera sui sentieri dell’Idaho.

Di zaini con il porta borraccia sugli spallacci oggi ce ne sono svariate tipologie e modelli (venite in negozio a dare un occhio al nuovo ‘Slope’ Patagonia); e così di borracce a mano. In Europa, un po’ per la conformazione delle nostre montagne, per la tipologia dei sentieri, per l’abitudine a correre con i bastoncini e per il materiale obbligatorio presente nelle gare, questa soluzione è la più utilizzata. Ma anche da noi una nicchia di runner corre con le borracce a mano, soluzione che in realtà bene si adatta a diversi terreni (talvolta più dello zaino). Lo zaino, per quanto comodo, è comunque caldo e appesantisce il gesto della corsa.

Per i puristi della corsa, noi di Ercole a fianco a una vasta scelta di zaini da trail offriamo anche alcuni modelli di borraccia a mano (Camelbak e Hydrapak). Se sei affascinato da una corsa senza fronzoli passa a dare un occhio in negozio. Ci vediamo sui sentieri.

Trail running: 4 domande da farsi prima di scegliere la scarpa

«Durante le discese sento le pietre e la terra battuta sotto i piedi. Le mie scarpe sono troppo basse, e quelle enormi Hoka che indossano quasi tutti sembrano invidiabilmente comode. Forse saranno i miei piedi ad abbandonarmi per primi: ho scelto le scarpe sbagliate.»
Adharanand Finn, L’ascesa degli ultrarunner

Continuiamo a ripetervi che il prodotto migliore non esiste; esiste semmai un prodotto migliore per ogni esigenza, per cui in generale è buona norma farsi a una serie di domande per capire quali siano queste esigenze.

Dopodiché ci sono tanti modi per scegliere una scarpa da corsa: vedendola addosso agli altri, guardando recensioni su internet, leggendo sui magazine o andando in negozio a sentire cosa ha da dirci il negoziante. Qualunque cosa decidiate, queste sono alcune domande da porvi prima di farlo.

 Dove devo andare?

Domanda scontata? Forse, ma quante volte capita di vedere delle persone con scarpe totalmente inadatte al terreno in cui si trovano? Le scarpe sono un po’ come i politici: anche se votate per loro, non dovete per forza difenderli a tutti i costi. Un’ottima scarpa può anche essere fuori luogo. Le Speedgoat di Hoka sono una delle scarpe più versatili che ci siano, morbide, veloci, protettive, leggere; ma non gli facciamo un torto dicendo che sul tecnico arrancano un po’. Insomma, sono perfette sia per UTMB sia per la gara del paese, ma se dovete andare a correre Sierre Zinal cercate altro. Sul mercato ci sono centinaia di modelli, e decine di fasce di prodotti: la vostra qual è? Prima domanda.

Attenzione: potreste anche avere bisogno di più scarpe contemporaneamente, ma se non potete permettevi otto paia di scarpe all’anno, la soluzione si chiama compromesso.

Jim Walmsley fa il poser prima del suo tentativo di record sui 100 km

Come corro?

La scarpa perfetta non esiste, e probabilmente quella che vi piace da vedere non va bene per voi. Una scarpa molto alta e protettiva vi sostiene nei lunghi chilometraggi riducendo il rischio di infortunio, ma alla lunga potrebbe farvi perdere alcune capacità di stabilità del piede, di qualità di appoggio e di economia del gesto. In generale, una buona idea sarebbe alternare scarpe diverse, usando una scarpa protettiva per i lenti e i lunghi, e una che vi aiuti nell’economia di corsa durante i lavori. È una cosa tanto scontata quanto vera.

Attenzione però: in un mondo ideale correremmo tutti in modo perfetto, ma raramente è così, quindi andateci piano con le scarpe leggere. E voi come correte? Seconda domanda.

Bene una volta, bene sempre(?)

Sono anni che usate sempre lo stesso modello perché vi trovate bene? Ok, è venuto il momento di cambiare. Le ragioni per cui correre sempre con lo stesso modello di scarpa non è una buona idea sono due:

1) se il nome del modello è lo stesso, non è detto che lo sia anche la scarpa. Le aziende pagano lo stipendio ai product designer per sviluppare soluzioni nuove, per progettare materiali diversi, e per migliorare le caratteristiche del prodotto. Per questa ragione è probabile che la stessa scarpa tra un anno e l’altro sia completamente diversa e per questo non sia più adatta alle vostre esigenze, come potrebbe essere anche il contrario. Questa cosa è accaduta, parlando di scarpe da strada, con le Hoka Mach 4, stravolte rispetto al modello precedente, e in cui l’azienda americana ha fatto un lavoro di ripensamento e design molto importante e ben riuscito. Ecco, se vi piacevano le Mach 3 non è detto che vi piacciano le Mach 4 – ma a chiunque piacciono di più le Mach 4.

2) ok, ma cavallo che vince non si cambia. Vero. Ma vi trovate bene davvero o vi siete soltanto abituati alla sensazione? Ogni scarpa incoraggia ad appoggiare il piede in un modo preciso, ed è probabile che col tempo abbiate adattato il vostro gesto alla scarpa. Cambiare modello significa costringersi a cercare di volta in volta il gesto migliore, incoraggiando e sviluppando le capacità propriocettive e di equilibrio. Avendo due paia di scarpe contemporaneamente potreste continuare a utilizzare il modello con cui vi trovate bene alternandolo a un altro (poi non abituatevi pure questo): la ragione per cui vi sconsigliamo di non fissarvi sul solito modello (e sul solito marchio) è che correre sempre allo stesso modo non fa bene. È uno dei vantaggi degli amatori rispetto agli atleti sponsorizzati: possono cambiare scarpe! Fatelo.

Hillary Gerardi prova un paio di Scarpa Spin nei pressi di Dueville (Vi)

Non è solo una questione di gomma.

La quarta non è una domanda. È un’affermazione. Perché possiamo fare tutti i discorsi del mondo (biomeccanica, appoggio, tipo di scarpa, gomma), ma la verità è che nessuno sceglie un paio di scarpe soltanto perché si trova bene. Nell’acquisto entrano in campo anche altri fattori, uno su tutti, il sapore che il marchio ci trasmette. Sembrerà stupido, ma è quello che ci rende umani. Un marchio, che ci piaccia o no, porta con sé una visione dello sport e di quello che facciamo. Ed è giusto prenderlo in considerazione, per non ridurre tutto a una questione di soldi e di gomma: siamo qualcosa di più di questo.

Se avete domande più precise sulle scarpe passate in negozio a fare una chiacchierata col nostro staff, e date un occhio alle nostre proposte qui.

Ci vediamo sui sentieri.