Pietra ollare, perché?

Oltre ad una vasta scelta di padelle e casseruole che offrono pietanze salutari e a una selezione di accessori dedicati alla cottura al barbecue spesso ci permettiamo di consigliare ai nostri clienti le bistecchiere in pietra ollare che possono essere utilizzate durante la grigliata ma anche sul fornello.

La pietra ollare è un materiale molto resistente al calore e all’inquinamento che vanta una forte capacità di conduzione termica e non si deforma se viene esposta a temperature molto elevate.

Perché scegliere una piastra in pietra ollare?

La pietra ollare permette di cucinare carni, pesci e verdure con semplicità e senza l’aggiunta di condimenti ottenendo così cibi completamente sani e dal gusto inalterato. Richiede una minima manutenzione e non assorbe l’odore degli cibi cucinati.

Immagazzina il calore e lo restituisce lentamente ed in modo uniforme così che gli alimenti risulteranno molto gustosi con la sola aggiunta di poco sale e gli aromi preferiti.
Con questo tipo di cottura rimangono inalterate le caratteristiche organolettiche degli alimenti.
La cottura su bistecchiera in pietra ollare è ideale per chi sceglie una cucina sana o necessita di un’alimentazione dietetica ma non vuole rinunciare al gusto.

Come si utilizza?

Al primo utilizzo lavare con acqua la bistecchiera ed asciugarla poi cospargerla di olio (meglio se di oliva) e lasciarlo assorbire per 24 ore, a questo punto togliere l’eccesso di olio con della carta e se non la si usa subito tenerla avvolta in un panno per ripararla dalla polvere.

È possibile utilizzare la piastra su cucine a gas, nel caminetto e sul barbecue, è necessario fare attenzione che la fiamma non entri mai in contatto con la pietra, nel caso di cottura su fornello a gas ad esempio è necessario usare sempre una retina spandifiamma.
La bistecchiera in pietra ollare va scaldata lentamene perché teme i forti sbalzi di temperatura e una volta terminato l’utilizzo per lo stesso motivo non va messa in acqua fredda. Una volta intiepidita è sufficiente lavarla solo con acqua calda ed una spugnetta in ferro.

Per mantenere inalterate le sue caratteristiche non usare mai detersivi, non farle subire forti sbalzi di temperatura ed ogni tanto olearla e lasciar assorbire per 24 ore come al primo utilizzo.

Clicca qui per vedere le bistecchiere in pietra ollare che abbiamo a disposizione e valutarne le caratteristiche, per qualsiasi informazione o per dubbi contatta Rossella scrivendo a barbecue@ercoletempolibero.it

 

Passione, sviluppo e collaborazione

Intervista a Marco Gissi

Ciao Marco. Come al solito, di getto: nome, età, dove sei nato.

Marco Gissi, quarantotto anni, Sandrigo (VI). Credo sia una buona età, oggi a quarantotto anni si ha la mente ancora fresca e un po’ di esperienza in più rispetto a quando si è più giovani.

Da quanto tempo lavori da Ercole?

Ormai lavoro da Ercole da 20 anni. Anche se nel frattempo ci sono tante evoluzioni: ho aperto con ZeroOttomila Sport, un negozio che stava all’interno di Ercole qua a Dueville. Poi abbiamo aperto a Montebelluna e abbiamo contribuito all’apertura di Alpstation di Schio, quindi con Montura, mantenendo di qua il Pro Shop Patagonia, Arc’teryx e Ferrino. Dopo l’esperienza all’Alpstation, avendo sempre mantenuto ottimi rapporti con il negozio e con la famiglia Ercole, sono tornato qua dove lavoro tuttora.

Marco al reparto sportivo

 

Quali attività pratichi in montagna?

Mi piace lo sport in generale, e l’outdoor in particolare: bici, corsa. Per quanto riguarda la montagna preferisco la camminata e la progressione. Amo meno il verticale, di cui conosco comunque le dinamiche, necessarie sia per il mio lavoro che per muovermi in montagna con più consapevolezza.

Ercole cerca di selezionare il prodotto anche in base alla filosofia del marchio; hai voglia di parlarcene?

Faccio un discorso che sta un po’ a monte: la mia idea di prodotto, e anche da appassionato, è legata a una visione più ampia dell’outdoor, non legata solo alla vetta. Ma piuttosto a raggiungere spazi dove vivi più istintivamente la Natura. Insomma, amo viaggiare negli spazi naturali in generale, non necessariamente in montagna. Per questo, personalmente, ho capito sin dall’inizio che andare via con il tipo di attrezzatura che potevo permettermi da giovane e un prodotto che avesse anche un contorno etico era diverso: quando acquistavo mi sentivo coinvolto dalla filosofia del marchio, e dalla sua visione. Per questo la scelta di arrivare a marchi come Patagonia, Arc’teryx e Ferrino (quelli ormai storici nel nostro negozio) è sempre stata legata alla finalità dei brand. Poi ovviamente, oltre all’aspetto tecnico, contano anche l’estetica e la vestibilità del prodotto. Infine abbiamo mantenuto certi marchi anche per i rapporti di amicizia con i costruttori stessi e con le persone che lavorano nelle aziende: lavorare in negozio significa far parte di una catena che inizia con l’azienda e arriva al cliente. Siamo un’unica catena e collaboriamo costantemente insieme.

Come hai visto cambiare l’approccio del cliente negli ultimi anni?

In questi anni è cambiato tutto anche fuori dal negozio. Quando ho iniziato c’erano le cabine telefoniche, oggi abbiamo i cellulari. Anche nei negozi è cambiato tutto: una volta c’eravamo solo noi, e il cliente forse apparteneva più a una nicchia ristretta, e forse anche noi rappresentavamo una nicchia. Inoltre c’era una facilità d’acquisto diversa. Oggi tutto è più mirato e settoriale, e a noi è richiesta più specializzazione. Per questo il nostro ruolo all’interno del negozio è così fondamentale: il cliente deve trovare qui ciò che l’acquisto su internet non può dargli: la poesia, il fascino che ci sono dietro a un prodotto, e soprattutto la competenza. Il nostro compito è spiegare la storia con cui nasce un prodotto, la finalità del marchio e le modalità con cui è stato progettato. Chi esce dal negozio deve insomma essere consapevole di ciò che ha comprato.

Il cliente in generale è cambiato, per certi aspetti è più informato, in generale c’è stato anche un incremento delle abilità sportive: tutto questo prevede ancora più preparazione da parte nostra. E anche scegliere di avere un numero selezionato di brand significa far capire al cliente le ragioni per cui sono stati scelti. Il negozio fine a sé stesso deve trasmettere emozioni. Dobbiamo offrire test, briefing, serate, corsi. Lavorare in negozio significa dare al cliente opportunità (abbiamo finito da poco un corso di GPS, per cui era necessario dare un ausilio al cliente).

Oltre alla scelta dei brand, un aspetto importante del tuo lavoro è anche la scelta del campionario. Cosa cerchi tu, e Ercole come negozio, nei prodotti da tenere in reparto?

Molti prodotti nuovi, comete che vedi passare. La cosa che mi ha sempre affascinato è l’evoluzione dei trattamenti, soprattutto con finalità ecologiche. O la diversificazione dei tessuti: sintetico, merino, tessuti vegetali. E poi tutte quelle evoluzioni legate a capi performanti e che hanno anche una ricaduta ecologica.

Un prodotto particolarmente apprezzato di cui non vi aspettavate il successo? (Possibilmente direi di concentrarsi su un prodotto importante, più che su piccoli accessori).

Il Capilene è un capo super-duraturo e di cui tutti i clienti hanno parlato bene, nonostante il sintetico abbia risposte altalenanti, il Capilene è sempre stato una scelta vincente.

Invece, c’è un prodotto che ritieni non essere stato del tutto compreso dal cliente? E su cui come negozio vorreste puntare?

Difficile da dire. Tanti prodotti hanno avuto un’alta predisposizione alla vendita nel tempo. Nonostante oggi ci siano un sacco di tipologie di scarponi tecnici, io ad esempio amo ancora lo scarpone in pelle: è duraturo, sicuro, protegge il piede ed è praticamente eterno. Richiede cura e attenzione nel mantenimento, ma per me lo scarpone fa ancora montagna.

Qualcosa da dirci?

Il nostro è un lavoro che si evolve nel tempo. E si evolve con la passione, ma anche con la collaborazione delle aziende e col loro intento di innovazione. È davvero bello lavorare insieme a loro: vivi la passione delle aziende per arrivare a quella del cliente fino a diventare un punto di riferimento per le sue attività. Tutto sempre con molto rispetto: non ci possiamo inventare nulla e quello che diciamo al cliente è fondamentale per vendergli il prodotto più adatto alle sue esigenze. È necessario capirne le necessità, e in pratica arrivi a vivere le vacanze con loro.

Grazie Marco. Se avete domande passate a parlarci in negozio.
Noi ci vediamo sui sentieri.

Cucinotto da campeggio, la scelta versatile

Parlando dei cucinotti da campeggio vogliamo essere di ispirazione agli amanti delle vacanze all’aria aperta, chi viaggia in camper o con la caravan, chi ha il van, la tenda oppure si organizza direttamente con la sua auto per evadere qualche giorno.

Tutti questi modi di fare vacanza hanno un bisogno in comune, lo spazio!

Il cucinotto da campeggio ha un nome decisamente limitante perché è un oggetto leggero e poco ingombrante da trasportare durante il viaggio che si può rivelare estremamente versatile quando ci si ferma.

Nasce come zona dedicata appunto per la preparazione dei pasti così da non ingombrare inutilmente il camper o la tenda, in questo caso basta completarlo con un mobiletto ed il fornello, magari anche un frigo di supporto a quello già presente nel camper o nella caravan.

 

A seconda della dimensione del cucinotto da campeggio scelto può anche essere un riparo in caso di maltempo o giornata torrida ed è possibile mangiarci, in questo caso basterà allestirlo con tavolo e sedie.

Quando invece lo spazio viene occupato da attrezzatura sportiva, dalle biciclette o dai giocattoli dei bambini ecco che il cucinotto da campeggio può trasformarsi in un egregio rimessaggio che, posto accanto alla tenda o al van permette una copertura dalle intemperie dei nostri beni ed anche una sicurezza in più se ci assentiamo o per la notte.

E se ci raggiungono degli amici? Ecco che il nostro cucinotto da campeggio può trasformarsi in ulteriore camera dove passeranno la notte semplicemente aggiungendo un materassino (o una brandina) e il sacco letto.

Ma l’utilizzo più interessante e meno scontato è quello per curare la propria igiene personale, soprattutto in questi anni in cui utilizzare i bagni dei campeggi può destare un po’ di preoccupazione.

Basterà equipaggarsi di un wc chimico ed ecco un bel bagno privato accanto alla propria camera da letto, magari anche con un bidet e una bacinella che faccia da lavandino (certo, con un paio di taniche con l’acqua se non si ha a disposizione quella corrente). La chicca finale? Una doccia solare che garantisca acqua calda a fine giornata per dedicarci un momento rilassante.

Utilizzi ne abbiamo proposti tanti, anche i modelli possono essere vari ed a seconda del bisogno siamo certi che sarà possibile rendere più comode le proprie vacanze con un soggiorno, un garage, un rimessaggio, uno sgabuzzino, una zona giochi coperta, una camera per gli ospiti o un bagno travestito da cucinotto.

Come sempre siamo a disposizione in negozio o scrivendo a tende@ercoletempolibero.it per qualsiasi tipo di informazione.
BUONE VACANZE!

Visita i nostri cucinotti da campeggio

Borracce, zaini e bottigliette di Coca Cola

Una storia dell’idratazione nell’ultrarunning

Dunque, un po’ di storia.

A metà anni Novanta Marco Olmo si trova nella sua stanza di Robilante (Piemonte) a pensare alla logistica della sua prima corsa nel deserto: la Marathon des Sables. Senza pensarci troppo prende ago e filo e cuce due porta-bottigliette sugli spallacci del suo zaino, forse un Invicta.

Marco Olmo con uno dei suoi zainetti

Da lì a qualche anno un marchio di attrezzatura francese farà di quell’intuizione la propria cifra, aprendo anche una linea di prodotti progettati in collaborazione con Olmo. Nessuno lo vide però mai correre con uno di quegli zaini, restando fedele ai suoi prototipi. «Chi progetta gli zaini non li usa» dichiara sprezzante in un’intervista. Fatto sta che Olmo è stato uno dei primi a utilizzare sistematicamente un sistema di idratazione che oggi viene usato da tutti i brand di attrezzatura da corsa, da scialpinismo e da montagna.

Ma l’ultrarunning ha una storia più lunga di quello che crediamo noi europei.

Pantaloncini scarpe e borraccia. Tony corre senza troppe paranoie tra le montagne del Colorado.

Nel 1974, un’altra leggenda di questo sport, Gordy Ainsleigh, si presentò alla linea di partenza di una corsa a cavallo di 100 miglia con un paio di scarpe da ginnastica e senza cavallo, infortunato poco prima. Da lì a qualche anno dalla sua intuizione di correre la gara a piedi nascerà una delle corse più celebri della disciplina: Western States 100 Endurance Run.

Gordy Ainsleigh sale verso Emigrant Pass durante una Western States degli anni Novanta.

Corsa tra i torridi canyon che dall’alta Sierra Nevada portano al Gold Country, il principale problema dei pionieri della gara fu l’acqua. I giorni precedenti alle prime edizioni, quando ancora non c’era una vera assistenza lungo il percorso, i corridori ripercorrevano il tracciato di gara per lasciare dell’acqua dietro ai cespugli, per poi tornare a riprendere le bottiglie vuote i giorni successivi.

La soluzione più ovvia per avere un po’ d’acqua tra un punto e l’altro era quella di correre con una bottiglietta di Coca Cola in mano, talvolta fissata al palmo con un nastro di scotch.

Più per necessità che per intuizione, da lì a qualche anno (in realtà ne passarono una ventina), alcuni brand di attrezzatura sportiva iniziarono a produrre le prime handheld bottle, borracce ergonomiche realizzate con dei comodi lacci che le fasciano la mano.

Jenn Shelton con una bottiglietta di plastica alla vecchia maniera sui sentieri dell’Idaho.

Di zaini con il porta borraccia sugli spallacci oggi ce ne sono svariate tipologie e modelli (venite in negozio a dare un occhio al nuovo ‘Slope’ Patagonia); e così di borracce a mano. In Europa, un po’ per la conformazione delle nostre montagne, per la tipologia dei sentieri, per l’abitudine a correre con i bastoncini e per il materiale obbligatorio presente nelle gare, questa soluzione è la più utilizzata. Ma anche da noi una nicchia di runner corre con le borracce a mano, soluzione che in realtà bene si adatta a diversi terreni (talvolta più dello zaino). Lo zaino, per quanto comodo, è comunque caldo e appesantisce il gesto della corsa.

Per i puristi della corsa, noi di Ercole a fianco a una vasta scelta di zaini da trail offriamo anche alcuni modelli di borraccia a mano (Camelbak e Hydrapak). Se sei affascinato da una corsa senza fronzoli passa a dare un occhio in negozio. Ci vediamo sui sentieri.

Trail running: 4 domande da farsi prima di scegliere la scarpa

«Durante le discese sento le pietre e la terra battuta sotto i piedi. Le mie scarpe sono troppo basse, e quelle enormi Hoka che indossano quasi tutti sembrano invidiabilmente comode. Forse saranno i miei piedi ad abbandonarmi per primi: ho scelto le scarpe sbagliate.»
Adharanand Finn, L’ascesa degli ultrarunner

Continuiamo a ripetervi che il prodotto migliore non esiste; esiste semmai un prodotto migliore per ogni esigenza, per cui in generale è buona norma farsi a una serie di domande per capire quali siano queste esigenze.

Dopodiché ci sono tanti modi per scegliere una scarpa da corsa: vedendola addosso agli altri, guardando recensioni su internet, leggendo sui magazine o andando in negozio a sentire cosa ha da dirci il negoziante. Qualunque cosa decidiate, queste sono alcune domande da porvi prima di farlo.

 Dove devo andare?

Domanda scontata? Forse, ma quante volte capita di vedere delle persone con scarpe totalmente inadatte al terreno in cui si trovano? Le scarpe sono un po’ come i politici: anche se votate per loro, non dovete per forza difenderli a tutti i costi. Un’ottima scarpa può anche essere fuori luogo. Le Speedgoat di Hoka sono una delle scarpe più versatili che ci siano, morbide, veloci, protettive, leggere; ma non gli facciamo un torto dicendo che sul tecnico arrancano un po’. Insomma, sono perfette sia per UTMB sia per la gara del paese, ma se dovete andare a correre Sierre Zinal cercate altro. Sul mercato ci sono centinaia di modelli, e decine di fasce di prodotti: la vostra qual è? Prima domanda.

Attenzione: potreste anche avere bisogno di più scarpe contemporaneamente, ma se non potete permettevi otto paia di scarpe all’anno, la soluzione si chiama compromesso.

Jim Walmsley fa il poser prima del suo tentativo di record sui 100 km

Come corro?

La scarpa perfetta non esiste, e probabilmente quella che vi piace da vedere non va bene per voi. Una scarpa molto alta e protettiva vi sostiene nei lunghi chilometraggi riducendo il rischio di infortunio, ma alla lunga potrebbe farvi perdere alcune capacità di stabilità del piede, di qualità di appoggio e di economia del gesto. In generale, una buona idea sarebbe alternare scarpe diverse, usando una scarpa protettiva per i lenti e i lunghi, e una che vi aiuti nell’economia di corsa durante i lavori. È una cosa tanto scontata quanto vera.

Attenzione però: in un mondo ideale correremmo tutti in modo perfetto, ma raramente è così, quindi andateci piano con le scarpe leggere. E voi come correte? Seconda domanda.

Bene una volta, bene sempre(?)

Sono anni che usate sempre lo stesso modello perché vi trovate bene? Ok, è venuto il momento di cambiare. Le ragioni per cui correre sempre con lo stesso modello di scarpa non è una buona idea sono due:

1) se il nome del modello è lo stesso, non è detto che lo sia anche la scarpa. Le aziende pagano lo stipendio ai product designer per sviluppare soluzioni nuove, per progettare materiali diversi, e per migliorare le caratteristiche del prodotto. Per questa ragione è probabile che la stessa scarpa tra un anno e l’altro sia completamente diversa e per questo non sia più adatta alle vostre esigenze, come potrebbe essere anche il contrario. Questa cosa è accaduta, parlando di scarpe da strada, con le Hoka Mach 4, stravolte rispetto al modello precedente, e in cui l’azienda americana ha fatto un lavoro di ripensamento e design molto importante e ben riuscito. Ecco, se vi piacevano le Mach 3 non è detto che vi piacciano le Mach 4 – ma a chiunque piacciono di più le Mach 4.

2) ok, ma cavallo che vince non si cambia. Vero. Ma vi trovate bene davvero o vi siete soltanto abituati alla sensazione? Ogni scarpa incoraggia ad appoggiare il piede in un modo preciso, ed è probabile che col tempo abbiate adattato il vostro gesto alla scarpa. Cambiare modello significa costringersi a cercare di volta in volta il gesto migliore, incoraggiando e sviluppando le capacità propriocettive e di equilibrio. Avendo due paia di scarpe contemporaneamente potreste continuare a utilizzare il modello con cui vi trovate bene alternandolo a un altro (poi non abituatevi pure questo): la ragione per cui vi sconsigliamo di non fissarvi sul solito modello (e sul solito marchio) è che correre sempre allo stesso modo non fa bene. È uno dei vantaggi degli amatori rispetto agli atleti sponsorizzati: possono cambiare scarpe! Fatelo.

Hillary Gerardi prova un paio di Scarpa Spin nei pressi di Dueville (Vi)

Non è solo una questione di gomma.

La quarta non è una domanda. È un’affermazione. Perché possiamo fare tutti i discorsi del mondo (biomeccanica, appoggio, tipo di scarpa, gomma), ma la verità è che nessuno sceglie un paio di scarpe soltanto perché si trova bene. Nell’acquisto entrano in campo anche altri fattori, uno su tutti, il sapore che il marchio ci trasmette. Sembrerà stupido, ma è quello che ci rende umani. Un marchio, che ci piaccia o no, porta con sé una visione dello sport e di quello che facciamo. Ed è giusto prenderlo in considerazione, per non ridurre tutto a una questione di soldi e di gomma: siamo qualcosa di più di questo.

Se avete domande più precise sulle scarpe passate in negozio a fare una chiacchierata col nostro staff, e date un occhio alle nostre proposte qui.

Ci vediamo sui sentieri.

Documento unico di circolazione

Giancarlo Cancelleri, sottosegretario alle Infrastrutture e alla mobilità sostenibili, ha istituito un  tavolo tecnico permanente e grazie al confronto tra il Ministero, la Motorizzazione e le associazioni di categoria è stato deciso che il libretto di circolazione dei veicoli, camper e caravan inclusi, cederà il passo al documento unico di circolazione.

Il documento unico di circolazione sostituisce sia il certificato di proprietà dell’auto attualmente emesso dall’ACI che il libretto di circolazione attualmente emesso dalla Motorizzazione e facendone le veci, si auspica quindi che questo riduca i costi legati alle due singole pratiche.

Il documento unico includerà i dati tecnici del veicolo e quelli del possessore che verrà attestato come tale, da vedere sarà molto simile all’attuale libretto di circolazione e sarà disponibile in versione digitale.

Il decreto legge, approvato in Consiglio dei Ministri, stabilisce che questo cambio avverrà ufficialmente a partire dal primo luglio 2021.

Documento unico anche per camper, caravan e rimorchi
Documento unico anche per camper e caravan.

Ci sarà tempo fino al 30 giugno 2021 anche per noi utenti di adeguarci a queste ulteriori pratiche che saranno digitalizzate ma soprattutto l’ACI e le imprese del settore avranno il tempo necessario per mettere a punto i loro sistemi informatici e rendere così il servizio pienamente operativo. A tal proposito la Motorizzazione Civile ha già implementato il suo organico con 148 nuovi assunti tra ingegneri e architetti.

Dal primo luglio quindi la procedura di trasferimento di proprietà durante la vendita di un veicolo sarà effettuata tramite firma elettronica, per gli attuali possessori di mezzi non c’é l’obbligo di passare al documento unico (DU) ma nel caso di vendita del mezzo ad altro proprietario verrà automaticamente generato un documento unico di circolazione che sostituirà il vecchio libretto ed il certificato di proprietà.

Il nostro ufficio pratiche è a disposizione per qualsiasi dubbio scrivendo a assistenza@ercoletmepolibero.it

Etica, business e outdoor

INT – Andrea Ercole, titolare

Da quasi sessanta anni la ditta Ercole porta il suo contributo al mondo del Tempo Libero e dell’outdoor. Per questa ragione abbiamo chiesto al titolare, Andrea Ercole, di rispondere a qualche domanda per raccontarci la storia dell’azienda e del pensiero che sta alle spalle di questo lavoro. Buona lettura.

Ciao Andrea; come sempre, di getto: nome e cognome, età e luogo di nascita.
Andrea Ercole, 56 anni, Vicenza.

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Non è scontato che un imprenditore, specie se di un grande negozio, pratichi lo sport o l’attività che tratta in negozio. Tu invece di sport di montagna ne fai e ne hai fatti diversi…
Ho sempre pensato che per consigliare un prodotto a un cliente si debba averlo provato di persona, per capire a cosa serve e come si usa.

In realtà sono sempre stato molto sportivo: quando avevo cinque anni mia mamma mi portò dal pediatra, il quale le ordinò di farmi fare sport; judo e sci in inverno e nuoto d’estate. Ho sempre fatto sport per passione, anche se non ho mai vinto nulla in quanto non sono mai stato competitivo e non avevo le capacità per esserlo. Questo non mi ha però impedito di togliermi belle soddisfazioni personali: ho anche partecipato a una spedizione alpinistica nello Shivling, montagna del Garhwal indiano sull’Himalaya; oltre che a varie gare di ultratrail e di triathlon in ambiente. L’ultima scoperta è lo swimrun – l’abbinamento della corsa con il nuoto, sempre in ambiente: litorali deserti, boschi in montagna e colline, abbinati al nuoto in laghetti di montagna o in mare.

E a correre come hai iniziato?
Ho sempre corso, fino dall’età di sette anni: ricordo la prima marcia del paese accompagnata dal diluvio universale per tutti i 12 km del percorso. Lì ho capito che il fango e il brutto tempo mi erano congeniali.

Gruppo-Corri-con-Noi-OK

Ercole è ormai un negozio storico; hai voglia di raccontarci la sua storia?
La ditta Ercole nasce nel 1965 a Dueville, un paese a qualche chilometro da Vicenza.

Inizialmente il negozio sorge in una stanza di quattro metri per quattro trattando articoli casalinghi; venne aperto da mio papà Gian Pietro, ancora oggi attivamente coinvolto nel negozio. Da qui il negozio si sposta in centro a Dueville, e negli anni aumenta la proposta commerciale aggiungendo prima i giocattoli e un paio di anni dopo il neonato.

Intorno al ‘75 si vendono le prime due tende da campeggio, e l’anno successivo l’esposizione si fa più importante.

Il salto di qualità arriva nel ‘78 con il trasferimento lungo la Statale Marosticana, che collega Vicenza e Bassano del Grappa. Nella nuova sede la filosofia è quella di diventare un punto di riferimento per il “Tempo Libero” e per tutti coloro che amano la vita all’aperto in generale. Così nei primi anni Ottanta abbiamo aggiunto anche i mobili da giardino e gli articoli sportivi. La continua crescita qualitativa ha portato l’azienda a vantare 15.000 m2 di area espositiva, di cui più di 9.000 coperti, diventando uno dei maggiori punti vendita del plein-air.

Crediamo che il valore aggiunto del nostro negozio sia la passione e la forza del personale. I collaboratori, infatti, sono tutti veri appassionati della materia che trattano e questo dona loro la capacità di confrontarsi col cliente sempre in maniera propositiva.

Anche noi titolari, sempre in negozio, seguiamo in prima persona quante più trattative possibili, impostando ogni settore in maniera completamente autonoma l’uno dall’altro permettendo quindi la massima libertà di movimento per cercare sempre alternative di tendenza e risposte alle esigenze del mercato.

Shivling1989

Andrea, com’è cambiato il mercato dell’outdoor da quando hai iniziato?
Da quando ho iniziato, nell’85, il mercato outdoor è cambiato molto. Tra tutti i settori che trattiamo esso continua a trasformarsi, anche grazie agli investimenti costanti delle aziende del settore. È anche cambiato il modo in cui il cliente si approccia: è molto più preparato, ed è coinvolto in una comunità che vive il tempo libero e l’attività all’aria aperta in modo consapevole e che sta creando una cultura e un’attenzione ecologica.

Andrea, un grande negozio naturalmente deve anche vendere, ma tu non hai mai nascosto un secondo obiettivo, quello di fare cultura outdoor; non tanto nel senso di istruire il cliente come se fosse uno scolaretto ma piuttosto di incoraggiarlo a una visione consapevole del vivere la montagna. Qual è la tua idea in proposito?
Nel tempo mi son reso conto che vendere per vendere non mi dà soddisfazione, ma se al cliente a cui vendo un paio di calzini riesco anche a far capire il significato del prodotto che sta comprando e gli aspetti che ci sono dietro allo sviluppo di ciò che usa allora sono soddisfatto. Questo permette anche di creare un forte contatto con il cliente.

Che tendenze vorresti vedere e come vorresti vedere cambiare il mercato outdoor, o anche solo il tuo mercato, se preferisci, nei prossimi anni?
Il mercato outdoor in generale sta prendendo sempre più clienti – vedi per il momento – riscoprendo il vivere all’aria aperta. Sarebbe molto importante che buona parte dei giovani che non aveva mai provato il vivere all’aria aperta in modo indipendente e autonomo rimanesse in questo mondo una volta finita la pandemia, portando con sé una più forte idea di ecologia, magari anche di prodotto.

Il mio sogno sarebbe creare anche attorno al negozio una comunità outdoor consapevole, ecologica e rispettosa degli equilibri naturali, anche se forse è un’utopia.

Tutto questo però stando sempre bene coi piedi per terra. Per quello che ho potuto osservare conoscendoti, sei una persona che si entusiasma sinceramente per le belle cose; cosa che può sembrare in contrasto con lo spirito cinico che ci si aspetta da un imprenditore. Secondo te si possono conciliare i due aspetti? L’idealismo e la passione con l’imprenditorialità?
Ecologia e business possono andare a braccetto se c’è buon senso e rispetto.

Andrea_02

Tornando per un momento alla tua attività sportiva ma tenendo ferma la cultura degli sport di montagna, possiamo dire che tu la corsa in montagna in Europa l’hai vista nascere? Com’è cambiata?
Sai, col tempo tutte le cose si modificano. La corsa in montagna è, ed è stata, una tendenza importante, una moda, ma come tutte le mode rischia di sfiorire. Credo che dopo la pandemia molte delle corse che non avevano storicità – oltre che qualità del servizio e bellezza del percorso – non si ripresenteranno più nel panorama gare. Sarebbe bello dargli nuovamente i concetti che avevano una volta, come la totale autonomia o farle prive di assistenza, e che invece ci facciano sentire più il senso della comunità, creando aggregazione. Il cronometro non è più così importante.

Come negozio pensi di poter avere un ruolo in questo processo di trasformazione?

È difficile trasformare realmente questo mondo, ci sono troppe persone che hanno abitudini tradizionali, ma possiamo usare un momento come quello che stiamo vivendo per spingere dei concetti più sentimentali e sinceri. Creare ora dei punti fermi da seguire quando ripartiremo sarebbe già una grande cosa per impostare un modo nuovo di fare sport.

Il tuo capo preferito?
Sono un appassionato di tutto ciò che viene sviluppato da Patagonia; appassionato per la qualità del prodotto, per le elevate performance dei tessuti, e soprattutto per la filosofia che precede la produzione e segue il recupero del prodotto dopo l’uso.

Prossima meta (appena si potrà)?
La prossima meta sarà la mia prima 100 miglia, la 100 miglia d’Istria; non appena si potrà fare, quando finalmente torneremo alla normalità. Il sogno invece è quello di partecipare a Western States 100 [sospira] – mah, io lo spero ancora!

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E come?
Il mezzo di trasposto sarà finalmente un Van Kyros di Trigano, che proverò a usare all’occorrenza visto che ne avremo a disposizione per il noleggio. Fino ad ora ho sempre sfruttato tutte le potenzialità del mio SW: per dormire, per cambiarmi e per mangiare. Del resto è sufficiente un po’ di organizzazione e degli accessori giusti ed è tutto fattibile.

Qualcos’altro da dichiarare? Un consiglio al lettore o una frase memorabile con cui chiudere l’intervista?
In questo momento, in cui si parla e si vive solo la pandemia, i miei pensieri ricadono sempre su considerazioni filosofiche cercando di immaginare cosa questa situazione ci lascerà e cosa cambierà. L’uomo ha una memoria troppo corta per consolidare ciò che impara, fare tesoro e reagire al meglio nei momenti difficili, per questo temo che tutto questo disastro non porterà necessariamente a un’evoluzione positiva. Spero davvero di prendere un granchio.

Grazie Andrea.

Ciaspole Heil!

con Mosè Barausse

Se bisogna trovargli un difetto, è che sono un po’ demodé. Di certo le ciaspole non sono il mezzo più “cool” per spostarsi sulla neve, e se ne parlate a scialpinisti e snowboarder è facile che questi vi liquidino sghignazzando. Perché parlarvi di ciaspole allora?

Per due ragioni. La prima è che la moda non è una ragione sufficiente per non fare qualcosa, e la seconda è che le ciaspole non fanno necessariamente schifo solo perché esiste un’attività liberatoria come lo sci. Insomma, non vi faranno galleggiare sulla fresca come un paio di aste larghe, ma a noi le ciaspole piacciono, e ora vi spieghiamo il perché.

Sarete stanchi di leggerlo, ma il 2020 è stato l’anno della riscoperta degli spazi aperti e della natura, e con la chiusura degli impianti di risalita, centinaia di sciatori su pista si sono riversati sui sentieri coperti dalla neve. Molti di questi, non avendo esperienza alpinistica o non sapendo gestire pelli, sonde, Arva, e simili, hanno optato per una soluzione molto più semplice e intuitiva – sì, le ciaspole. Così, un sacco di persone hanno riscoperto una montagna più semplice ed essenziale, senza skilift e Après-ski, e in cui ci si può muovere autonomamente senza la compagnia di altre migliaia di persone. Per quanto sia improbabile che tutte queste rinunceranno alle vecchie abitudini una volta riaperti gli impianti il prossimo inverno, è comunque apprezzabile il fatto che uno strumento considerato da qualcuno «vecchio e sfigato» sia stato in grado di portare un sacco di gente a vivere una montagna lenta. Sarà merito della chiusura degli impianti, ma bisogna dire che le ciaspole questo giro hanno fatto un gran bel lavoro.

Come dicevamo, una delle tendenze delle attività outdoor nell’epoca dei social network sono le mode. E insieme a esse anche tutta quella miriade di persone che influenzano il mercato outdoor, talvolta allontanandolo dalla sua ragione più sincera e spontanea. Buona parte del recente successo dello scialpinismo è dovuto proprio a questo, che se da un lato ha il pregio di aver portato la gente lontano dalle piste, ha anche portato una certa dose di arroganza e quel tanto di inconsapevolezza. Questo ci sembra innegabile. Le ciaspole, che al contrario dello sci sono uno strumento molto umile e povero, non hanno comportato lo stesso problema, anzi. Insomma, in questo momento storico ci hanno fatto un gran bene, e noi gliene siamo grati.

Ma un’altra ragione per cui le ciaspole ci piacciono è perché ci riportano indietro con gli anni. No, non agli anni Trenta! Ma al grunge degli anni Novanta e alla svolta epocale che quell’epoca ha portato nel modo di vivere la montagna anche in Europa: lo snowboard. Già, perché se con il recente miglioramento dello splitboard salire con la tavola è diventato semplice, un tempo non lo era altrettanto, e in mancanza d’altro i primi snowboarder salivano proprio con le racchette da neve. Insomma, le ciaspole da strumento da nerd un po’ sfigati sono diventate centrali nello sviluppo di una disciplina così rivoluzionaria come il freeride.

Ok, ma oggi che esiste lo splitboard, perché salire ancora con le ciaspole? Prima di tutto perché non tutti gli snowboarder hanno uno splitboard. Là fuori ci sono un sacco di sedicenni che sanno andare su una tavola benissimo e che non si possono permettere uno splitboard. Non solo, ma molti di questi sono cresciuti sulla neve battuta e quasi non sanno muoversi al di fuori delle piste – ambiente per cui è nato lo snowboard. E se lo sanno è perché hanno visto dei video su YouTube, ma non sono mai saliti su una montagna per poi scenderla con la tavola ai piedi. Se sei quel tipo di ragazzo e ci stai leggendo, prenditi un paio di ciaspole.

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Mosè Barausse, amico e cliente da più di 25 anni. Oltre alla sua attività di ultrarunner (quattro volte finisher della PTL), arrampica e fa snowboard alpinismo ormai da sempre. Siamo andati a disturbarlo per chiedergli com’era andare sulla tavola quando le ciaspole erano l’unico mezzo di risalita.

Ciao Mosè, dove ti trovi in questo momento?

Sono appena arrivato a casa. Sono stato quattro giorni a Misurina in camper con la famiglia.

Cosa hai fatto a Misurina?

Eh, ho fatto tre gite con lo split, una al giorno, tutte sui Cadini. Alla mattina partivo ed erano -20°.

Immagino, io sono stato al Rolle sabato ed erano -12° alle undici di mattina. Senti, quando hai iniziato ad andare sulla tavola e quando hai comprato il primo splitboard?

Sulla tavola vado da più di vent’anni. Per cui lo splitboard sarà nato attorno agli anni Novanta, arrivando in Europa un po’ più tardi. Io ci vado da una decina d’anni. E poi due anni fa ho fatto gli esami per diventare istruttore regionale: una volta diventavi istruttore di scialpinismo o di snowboard alpinismo. Ma quando li ho fatti io li hanno messi insieme.

Prima che arrivasse lo splitboard salivate con le ciaspole, che è poi quello di cui stiamo parlando in questo articolo. Com’era?

Mosé Barausse
Mosé Barausse

Sai, il problema è che il ciaspolatore “rovina” la traccia delle pelli, perché buca la neve. Noi quando salivamo con le ciaspole e gli snowboard in spalla andavamo sempre con altri sciatori, perché noi snowboarder eravamo pochi (anche oggi siamo in pochi), e allora gli sciatori ci rompevano perché gli bucavamo le tracce. Ora che anche noi saliamo con le pelli dà fastidio anche a noi il buco della ciaspola [ride]. Ma non son mica delicato. Va bene così, il mondo è bello perché è vario.

Ogni volta che mi è capitato di andare in montagna con te, o di fare una gara insieme, sono sempre rimasto stupito della leggerezza con cui affronti delle cose decisamente dure o dei problemi. Hai qualche consiglio per chi vuole prendersi un paio di ciaspole e farsi un paio di giretti in montagna?

C’è tanta gente che va con le ciaspole sulla strada battuta dal gatto, come oggi. Mia figlia è venuta su con i doposci. Lo fanno per dire di aver fatto la ciaspolata, o perché hanno affittato le racchette. La cosa bella però è battersi la traccia dove è fresca, non dove è battuto, che non ha senso.

Prossimi progetti invernali?

Vorrei fare la traversata delle Piccole con lo Snowboard. Parti dal Battisti, vai su in Carega, Bocchetta Fondi, Pian delle Fugazze, Palon e giù per Posina. Sarebbe la prima traversata completa delle Piccole con lo Split.

Come dice Mosè, siamo convinti che non ci siano modi giusti o sbagliati, belli o sfigati per andare in montagna. Fintanto che sono rispettosi dell’ambiente, sono tutte altrettanto valide modalità di espressione. Secondo noi le ciaspole significano rispetto e semplicità, e finché è così, siamo pronti a gridare: Ciaspole Heil!

Scegliere il sacco a pelo

Se entrate in negozio, vi lasciate a sinistra il reparto montagna e girate a sinistra verso i reparti campeggio, sport acquatici e camper/caravan, superato il corridoio alla vostra sinistra troverete i sacchi a pelo. Potrebbero sembrare in un angolo, ma in verità sono al centro del negozio: se scalate, sciate, correte, viaggiate in bicicletta, fate escursionismo, andate a vela, viaggiate in caravan, andate agli scout o dormite in spiaggia con gli amici, se volete farlo per più di 24 ore dovrete dormire. E il sacco a pelo è la soluzione migliore per farlo.

Il sacco a pelo è un oggetto magico che nessuno ha voglia di comprare: non ha l’appeal di una bella piccozza o di un paio di sci (anche se spesso costa quanto questi ultimi), ma se non ce l’avete non andate da nessuna parte. Ciononostante, ognuna delle attività sopra elencate ha delle esigenze diverse, motivo per cui in negozio vi offriamo un’ampia scelta di sacchi di brand diversi. Che ovviamente è un valore aggiunto, ma a meno che non abbiate confidenza con questo prodotto, avrete bisogno di una dritta per capire quale fa più al caso vostro. Per questa ragione abbiamo deciso di scrivere questo articolo, ricordandovi sempre che in negozio ci sono professionisti che capiscono subito di cosa avete bisogno, proponendovi la cosa più vicina alle vostre reali necessità

Umido ma non troppo su una scogliera del nord della California
Umido ma non troppo su una scogliera del nord della California

Non solo, il sacco a pelo è anche una cosa dal sapore ancestrale, che per un momento ci dà (l’illusoria) impressione di non essere più stanziali, e di essere tornati indietro di migliaia di anni ai tempi dei pastori raccoglitori. Naturalmente non è così, ma di sicuro ristabilisce un rapporto con il «là fuori» (gli inglesi lo chiamano out-there), facendoci dimenticare la necessità di infrastrutture inutili sulle nostre montagne.

Ma bando alle ciance, e vediamo di darvi un paio di dritte:

  1. Specificità vs versatilità

Come dicevamo, ogni sacco ha delle caratteristiche precise. Queste sono legate al peso, alla comprimibilità, alla temperatura di comfort, alla capacità di isolarvi dall’umidità. Le vedremo una ad una più avanti, ma in linea generale, tutte queste caratteristiche si riassumono semplicemente in un sacco a pelo di qualità, e grosso modo vanno tutte di pari passo: è molto difficile trovare un sacco a pelo caldo ma non resistente all’umidità o leggero ma non comprimibile. Tutto sommato è piuttosto semplice. Più prevedete di trovarvi in condizioni severe e più avrete bisogno di queste caratteristiche, e di conseguenza aumenteranno performance e prezzo. Lineare.

Grazie tante, ma allora basta prendere il più costoso? La risposta ingenuamente è sì, se dovete scalare il Nanga Parbat, altrimenti no. Un sacco a pelo caldissimo da usare tutto l’anno è controproducente, e sudare dormendo non piace a nessuno, soprattutto dentro una cosa che non dovete lavare, d’altro canto se investite su un oggetto del genere vorreste evitare di trovarvi nella situazione di dover rinunciare a qualche gita perché il vostro sacco non è all’altezza. Per questa ragione la soluzione, come spesso accade, sta nel mezzo: la cosa complicata non è tanto scegliere il sacco a pelo più performante e aggressivo, ma è scegliere il sacco a pelo più performante nel più vasto numero di situazioni plausibili. Ripetete: più performante nel più vasto numero di situazioni plausibili: plausibili. 

Un fotogramma del film “The Last Hill” prodotto da Patagonia: Nick Russel fa lo sciamano col suo sacco a pelo su un sasso delle Alabama Hills.
Un fotogramma del film “The Last Hill” prodotto da Patagonia: Nick Russel fa lo sciamano col suo sacco a pelo su un sasso delle Alabama Hills.
  1. Impatto

Noi di Ercole teniamo all’impatto ambientale. E ogni volta che vendiamo un prodotto poco sostenibile perché non esiste ancora un’alternativa valida ci piange un po’ il cuore. E i sacchi a pelo, purtroppo, sono uno di quei prodotti. E quindi? E quindi visto che non c’è un’alternativa quanto meno sforziamoci di giustificare quell’acquisto riducendone l’impatto il più possibile, e non comprando tanto per fare.

Esistono due grandi famiglie di sacchi a pelo. Quelli sintetici e quelli in piuma. I primi a fine vita rilasceranno microplastiche negli oceani e sui terreni, per i secondi bisogna spennare delle oche. Ognuno di noi ha una sensibilità diversa in proposito, ciononostante, la cosa più ragionevole da dire è che per quanto possa non importarci, niente è gratuito.

Un sacco a pelo è un oggetto potenzialmente eterno, il nostro consiglio è di acquistarlo, trattarlo con tutti i crismi del caso, e ripensarci fra trent’anni.

Andrea Ercole, proprietario e direttore di Ercole Tempo Libero, usa ancora lo stesso sacco a pelo che aveva acquistato quasi trent’anni fa, come ricorda lui stesso: «Siamo stati nello Shivling, montagna indiana nel Garhwal, alle sorgenti del Gange. Quasi 30 anni fa. Per la spedizione abbiamo acquistato due sacchi a pelo dell’azienda Lumaca, all’epoca si costruivano ancora in Italia. Un sacco interno che usavamo per le quote basse, un sacco più pesante per le quote intermedie, e insieme, uno dentro l’altro, per le alte quote. E ancora li uso…»

  1. Sintetico o piuma

Eterno dilemma. Scegliere non è immediato, ma le caratteristiche a favore o contro sono piuttosto semplici: il sintetico costa meno, è più resiste all’acqua e all’umidità, si deteriora meno facilmente, in rapporto al peso è molto meno caldo della piuma; la piuma è più delicata (ma è sufficiente evitare di farne un uso sciatto), è più costosa, è estremamente più leggera, è estremamente più comprimibile, è estremamente più calda. Di che materiale sono i sacchi a pelo che usano nelle spedizioni? Domanda sbagliata, a meno che voi non dobbiate andare in Pakistan non ha senso fare paragoni con situazioni estreme. Comunque sono in piuma.

  1. Peso, comprimibilità

Se vi interessa più il peso o la comprimibilità è questione di gusti e necessità. Ciononostante, le due cose tendono ad andare abbastanza di pari passo. I sacchi a pelo caldi sono grandi, non c’è niente da fare. Ma alcuni sono molto più grandi di altri. Vedete voi cosa vi serve fare.

Silke Koester si fa un sonnellino nel suo sacco Sea to Summit al campo di atletica della Placer High School di Auburn, all’arrivo di Western States 100, dopo 23 ore e 6 minuti di gara.
Silke Koester si fa un sonnellino nel suo sacco Sea to Summit al campo di atletica della Placer High School di Auburn, all’arrivo di Western States 100, dopo 23 ore e 6 minuti di gara.

  1. Come scegliere la temperatura

Avete bisogno di un sacco per bivaccare al coperto sui 2000 metri in inverno. Ok. Ma come si traduce in termini di gradi questa situazione? Questa cosa non è semplicissima ed è determinata da diversi fattori. Un sacco a pelo tendenzialmente presenta tre temperature: una di comfort, una limite e una estrema (o simili, dipende dai marchi). Il nostro consiglio è quello di tenere come riferimento la temperatura limite, che significa che se siete persone sane senza eccessivi problemi di vascolarizzazione degli arti, riuscite a dormire a quella temperatura tranquillamente senza svegliarvi per sei ore. Queste tre temperature sono calcolate dormendo nel sacco a pelo nudi, situazione abbastanza improbabile, per cui considerate che con dell’abbigliamento intimo (in pile, in Capilene, o in lana merino) quella temperatura si abbassa anche di circa 5 gradi.

Un’indicazione della temperatura di un Sea to Summit Spark I
Un’indicazione della temperatura di un Sea to Summit Spark I

Se siete donne avrete bisogno di un sacco a pelo più caldo. Ci dispiace, ma è così: biologia. In termini pratici questo si traduce in modo piuttosto semplice: la temperatura “comfort” del sacco per una donna equivale alla temperatura “limite”.

Esistono sacchi a pelo ottimi non solo per dormire
Esistono sacchi a pelo ottimi non solo per dormire

Inoltre, alla temperatura del sacco potreste aggiungere un sacco bivacco sopra, o un sacco lenzuolo termico al suo interno in grado di aumentarne la capacità di isolamento. Tutto chiaro?

Insomma, se dovete bivaccare al Fraccaroli a febbraio (anche se vi ricordiamo che non si può), un sacco a pelo con temperatura limite tra i -9 e i -13, vestendovi con un minimo di accortezza sotto, è quello che fa al caso vostro.

Per questo genere di situazione vi consiglieremmo uno Spark III (prodotto dall’azienda americana Sea to Summit, non conosciutissima in Europa ma capace di competere con i migliori marchi tedeschi), e il Vaude Rotstein 700 dwn (che nonostante il nome è verde).

Ma di questo ve ne parleremo meglio altrove la settimana prossima.

Siamo stati utili? Se avete dubbi passate in negozio e fate due chiacchiere col nostro team. Ci vediamo nei bivacchi del Lagorai quest’estate.

Zaino: 3 semplici consigli per decidere cosa metterci

Nel 2020 avete rivalutato l’attività outdoor e per Natale vi siete fatti regalare uno zaino: gli avete appena staccato il cartellino, il colore vi piace un sacco, ma non avete la minima idea di cosa metterci dentro. Non preoccupatevi, in questo breve articolo proveremo a spiegarvi con quale criterio decidere che cosa mettere nello zaino, poi deciderete voi!

zaino nella neveIl contenuto dello zaino non è soltanto un problema di chi è alle prime armi: un sacco di persone che vanno in montagna da anni non hanno ancora capito come farlo, e anche al camminatore più rodato talvolta vengono dei dubbi. Estate, inverno, trekking, alpinismo, running. Con tutte queste variabili è evidente che una regola precisa non c’è. Ma non importa dove stiate andando o quanto starete via, ci sono tre semplici consigli da seguire che sono evergreen. Non ce li siamo inventate noi, ma li abbiamo capiti passando anni in negozio provando a capire cosa facesse più al caso di ogni cliente. Ma bando alle ciance, iniziamo coi consigli:

 

Consiglio uno: metti da parte i luoghi comuni.

I luoghi comuni sono il male, sempre. Ma in montagna se possibile lo sono ancora di più. E i luoghi comuni sul contenuto dello zaino sono tantissimi e con le origini più disparate: i calzettoni lunghi, otto cambi di riserva, il kit di pronto soccorso. Quando qualcuno vi dice che i calzini di ricambio sono indispensabili spesso ha torto, ma attenzione: questo non significa che non siano utili, ma diverse situazioni presuppongo diverse necessità. Per questo quello che dovete fare è fermarvi e pensare: svuotate lo zaino dai luoghi comuni e ponetevi volta per volta le seguenti domande: che stagione è? Dove sto andando? Quanto tempo sto fuori? Ci sono neve o ghiaccio? Servono dei dispositivi di sicurezza? Quanto veloce sono? So gestire una situazione che non avevo previsto? Sono domande fondamentali che si pone chiunque vada in montagna indipendentemente dalla disciplina che fa. Ma la risposta non è sempre immediata, andiamo avanti.

Consiglio due: sii umile, ma non troppo.

Se il primo passaggio era farsi delle domande, il secondo è darsi delle risposte.

Quando si va in montagna bisogna essere pronti a tutto, ce lo ripetono da quando siamo bambini, ma siccome a noi piace essere razionali, riteniamo sia più ragionevole dire che bisogna essere pronti a diverse eventualità: il tempo può cambiare da un momento all’altro, e le temperature potrebbero abbassarsi rapidamente, potremmo perderci, o potremmo decidere di allungare il percorso fino all’imbrunire, così da avere bisogno di una lampada frontale. Tante eventualità, troppe, tanto che è impossibile essere pronti a tutte. Come in altre circostanze, spesso, il buon senso è la chiave dei problemi; perciò, la regola principale da seguire per rispondere alle domande del punto precedente è la seguente: non fare lo splendido. La montagna spesso premia i peggiori. Tenete in considerazione che andare in rifugio non si tratta di fare una sfilata, a nessuno importa di vedere tutto il vostro guardaroba: portate ciò che vi serve, niente di più e niente di meno. Non dovete dimostrare niente a nessuno. Questo non significa che voi avrete la stessa quantità di materiale rispetto a un altro, perché a persone diverse corrispondono necessità diverse. Ma non riempitevi nemmeno lo zaino di cianfrusaglie inutili per far vedere che le avete. In due parole: siate sobri.

Consiglio tre: quello che ti serve probabilmente già ce l’hai.

Se state muovendo i primi passi nei boschi probabilmente sarete tentati di comprare tutto subito. È un errore. Esperienza non significa solamente aver fatto tante uscite in montagna, significa soprattutto aver fatto tante uscite in montagna, ma una buona parte è rappresentata dalla conoscenza dei materiali, e se avete appena iniziato, non li conoscete. È semplice. Il che potrebbe portarvi a investire sulle cose sbagliate, e solo col tempo capirete di cosa avete veramente bisogno. Non acquistate oggetti inutili, il mondo non ha bisogno di spazzatura in più: aprite l’armadio e guardate cosa c’è dentro, usatelo un paio di volte, e semmai a quel punto deciderete se sostituirlo. E se decidete che una cosa non fa più al caso vostro, non buttatela nel cestino, ci sono tanti modi per rendere utili a qualcun altro dei vestiti usati.

TrekkingE con questo avremmo finito i nostri consigli. Se vi aspettavate una lista di cose da infilare alla rinfusa nello zaino questo non è l’articolo giusto: anche se in certe circostanze ci sono delle cose che dovete avere (come ARTVA pala e sonda se fate skialp), non esiste una lista universale che vada bene per tutto e per tutti. Ci sono esperienze diverse, sport diversi, situazioni diverse, aree geografiche diverse. I consigli sull’argomento sono sempre ottimi, soprattutto quando dati da esperti, ma poi tutto andrebbe comunque passato al vaglio di quelle domande. Noi abbiamo provato a consigliarvi con quale criterio decidere se una cosa vi serve o no. Ora sta a voi.

E ricordate che se siete alle prime armi, in negozio abbiamo delle persone che sono lì apposta per consigliarvi. E se invece siete degli esperti, un secondo parere professionale è sempre un grande aiuto! Ci vediamo sui sentieri.