Borracce, zaini e bottigliette di Coca Cola

Una storia dell’idratazione nell’ultrarunning

Dunque, un po’ di storia.

A metà anni Novanta Marco Olmo si trova nella sua stanza di Robilante (Piemonte) a pensare alla logistica della sua prima corsa nel deserto: la Marathon des Sables. Senza pensarci troppo prende ago e filo e cuce due porta-bottigliette sugli spallacci del suo zaino, forse un Invicta.

Marco Olmo con uno dei suoi zainetti

Da lì a qualche anno un marchio di attrezzatura francese farà di quell’intuizione la propria cifra, aprendo anche una linea di prodotti progettati in collaborazione con Olmo. Nessuno lo vide però mai correre con uno di quegli zaini, restando fedele ai suoi prototipi. «Chi progetta gli zaini non li usa» dichiara sprezzante in un’intervista. Fatto sta che Olmo è stato uno dei primi a utilizzare sistematicamente un sistema di idratazione che oggi viene usato da tutti i brand di attrezzatura da corsa, da scialpinismo e da montagna.

Ma l’ultrarunning ha una storia più lunga di quello che crediamo noi europei.

Pantaloncini scarpe e borraccia. Tony corre senza troppe paranoie tra le montagne del Colorado.

Nel 1974, un’altra leggenda di questo sport, Gordy Ainsleigh, si presentò alla linea di partenza di una corsa a cavallo di 100 miglia con un paio di scarpe da ginnastica e senza cavallo, infortunato poco prima. Da lì a qualche anno dalla sua intuizione di correre la gara a piedi nascerà una delle corse più celebri della disciplina: Western States 100 Endurance Run.

Gordy Ainsleigh sale verso Emigrant Pass durante una Western States degli anni Novanta.

Corsa tra i torridi canyon che dall’alta Sierra Nevada portano al Gold Country, il principale problema dei pionieri della gara fu l’acqua. I giorni precedenti alle prime edizioni, quando ancora non c’era una vera assistenza lungo il percorso, i corridori ripercorrevano il tracciato di gara per lasciare dell’acqua dietro ai cespugli, per poi tornare a riprendere le bottiglie vuote i giorni successivi.

La soluzione più ovvia per avere un po’ d’acqua tra un punto e l’altro era quella di correre con una bottiglietta di Coca Cola in mano, talvolta fissata al palmo con un nastro di scotch.

Più per necessità che per intuizione, da lì a qualche anno (in realtà ne passarono una ventina), alcuni brand di attrezzatura sportiva iniziarono a produrre le prime handheld bottle, borracce ergonomiche realizzate con dei comodi lacci che le fasciano la mano.

Jenn Shelton con una bottiglietta di plastica alla vecchia maniera sui sentieri dell’Idaho.

Di zaini con il porta borraccia sugli spallacci oggi ce ne sono svariate tipologie e modelli (venite in negozio a dare un occhio al nuovo ‘Slope’ Patagonia); e così di borracce a mano. In Europa, un po’ per la conformazione delle nostre montagne, per la tipologia dei sentieri, per l’abitudine a correre con i bastoncini e per il materiale obbligatorio presente nelle gare, questa soluzione è la più utilizzata. Ma anche da noi una nicchia di runner corre con le borracce a mano, soluzione che in realtà bene si adatta a diversi terreni (talvolta più dello zaino). Lo zaino, per quanto comodo, è comunque caldo e appesantisce il gesto della corsa.

Per i puristi della corsa, noi di Ercole a fianco a una vasta scelta di zaini da trail offriamo anche alcuni modelli di borraccia a mano (Camelbak e Hydrapak). Se sei affascinato da una corsa senza fronzoli passa a dare un occhio in negozio. Ci vediamo sui sentieri.

Trail running: 4 domande da farsi prima di scegliere la scarpa

«Durante le discese sento le pietre e la terra battuta sotto i piedi. Le mie scarpe sono troppo basse, e quelle enormi Hoka che indossano quasi tutti sembrano invidiabilmente comode. Forse saranno i miei piedi ad abbandonarmi per primi: ho scelto le scarpe sbagliate.»
Adharanand Finn, L’ascesa degli ultrarunner

Continuiamo a ripetervi che il prodotto migliore non esiste; esiste semmai un prodotto migliore per ogni esigenza, per cui in generale è buona norma farsi a una serie di domande per capire quali siano queste esigenze.

Dopodiché ci sono tanti modi per scegliere una scarpa da corsa: vedendola addosso agli altri, guardando recensioni su internet, leggendo sui magazine o andando in negozio a sentire cosa ha da dirci il negoziante. Qualunque cosa decidiate, queste sono alcune domande da porvi prima di farlo.

 Dove devo andare?

Domanda scontata? Forse, ma quante volte capita di vedere delle persone con scarpe totalmente inadatte al terreno in cui si trovano? Le scarpe sono un po’ come i politici: anche se votate per loro, non dovete per forza difenderli a tutti i costi. Un’ottima scarpa può anche essere fuori luogo. Le Speedgoat di Hoka sono una delle scarpe più versatili che ci siano, morbide, veloci, protettive, leggere; ma non gli facciamo un torto dicendo che sul tecnico arrancano un po’. Insomma, sono perfette sia per UTMB sia per la gara del paese, ma se dovete andare a correre Sierre Zinal cercate altro. Sul mercato ci sono centinaia di modelli, e decine di fasce di prodotti: la vostra qual è? Prima domanda.

Attenzione: potreste anche avere bisogno di più scarpe contemporaneamente, ma se non potete permettevi otto paia di scarpe all’anno, la soluzione si chiama compromesso.

Jim Walmsley fa il poser prima del suo tentativo di record sui 100 km

Come corro?

La scarpa perfetta non esiste, e probabilmente quella che vi piace da vedere non va bene per voi. Una scarpa molto alta e protettiva vi sostiene nei lunghi chilometraggi riducendo il rischio di infortunio, ma alla lunga potrebbe farvi perdere alcune capacità di stabilità del piede, di qualità di appoggio e di economia del gesto. In generale, una buona idea sarebbe alternare scarpe diverse, usando una scarpa protettiva per i lenti e i lunghi, e una che vi aiuti nell’economia di corsa durante i lavori. È una cosa tanto scontata quanto vera.

Attenzione però: in un mondo ideale correremmo tutti in modo perfetto, ma raramente è così, quindi andateci piano con le scarpe leggere. E voi come correte? Seconda domanda.

Bene una volta, bene sempre(?)

Sono anni che usate sempre lo stesso modello perché vi trovate bene? Ok, è venuto il momento di cambiare. Le ragioni per cui correre sempre con lo stesso modello di scarpa non è una buona idea sono due:

1) se il nome del modello è lo stesso, non è detto che lo sia anche la scarpa. Le aziende pagano lo stipendio ai product designer per sviluppare soluzioni nuove, per progettare materiali diversi, e per migliorare le caratteristiche del prodotto. Per questa ragione è probabile che la stessa scarpa tra un anno e l’altro sia completamente diversa e per questo non sia più adatta alle vostre esigenze, come potrebbe essere anche il contrario. Questa cosa è accaduta, parlando di scarpe da strada, con le Hoka Mach 4, stravolte rispetto al modello precedente, e in cui l’azienda americana ha fatto un lavoro di ripensamento e design molto importante e ben riuscito. Ecco, se vi piacevano le Mach 3 non è detto che vi piacciano le Mach 4 – ma a chiunque piacciono di più le Mach 4.

2) ok, ma cavallo che vince non si cambia. Vero. Ma vi trovate bene davvero o vi siete soltanto abituati alla sensazione? Ogni scarpa incoraggia ad appoggiare il piede in un modo preciso, ed è probabile che col tempo abbiate adattato il vostro gesto alla scarpa. Cambiare modello significa costringersi a cercare di volta in volta il gesto migliore, incoraggiando e sviluppando le capacità propriocettive e di equilibrio. Avendo due paia di scarpe contemporaneamente potreste continuare a utilizzare il modello con cui vi trovate bene alternandolo a un altro (poi non abituatevi pure questo): la ragione per cui vi sconsigliamo di non fissarvi sul solito modello (e sul solito marchio) è che correre sempre allo stesso modo non fa bene. È uno dei vantaggi degli amatori rispetto agli atleti sponsorizzati: possono cambiare scarpe! Fatelo.

Hillary Gerardi prova un paio di Scarpa Spin nei pressi di Dueville (Vi)

Non è solo una questione di gomma.

La quarta non è una domanda. È un’affermazione. Perché possiamo fare tutti i discorsi del mondo (biomeccanica, appoggio, tipo di scarpa, gomma), ma la verità è che nessuno sceglie un paio di scarpe soltanto perché si trova bene. Nell’acquisto entrano in campo anche altri fattori, uno su tutti, il sapore che il marchio ci trasmette. Sembrerà stupido, ma è quello che ci rende umani. Un marchio, che ci piaccia o no, porta con sé una visione dello sport e di quello che facciamo. Ed è giusto prenderlo in considerazione, per non ridurre tutto a una questione di soldi e di gomma: siamo qualcosa di più di questo.

Se avete domande più precise sulle scarpe passate in negozio a fare una chiacchierata col nostro staff, e date un occhio alle nostre proposte qui.

Ci vediamo sui sentieri.

Documento unico di circolazione

Giancarlo Cancelleri, sottosegretario alle Infrastrutture e alla mobilità sostenibili, ha istituito un  tavolo tecnico permanente e grazie al confronto tra il Ministero, la Motorizzazione e le associazioni di categoria è stato deciso che il libretto di circolazione dei veicoli, camper e caravan inclusi, cederà il passo al documento unico di circolazione.

Il documento unico di circolazione sostituisce sia il certificato di proprietà dell’auto attualmente emesso dall’ACI che il libretto di circolazione attualmente emesso dalla Motorizzazione e facendone le veci, si auspica quindi che questo riduca i costi legati alle due singole pratiche.

Il documento unico includerà i dati tecnici del veicolo e quelli del possessore che verrà attestato come tale, da vedere sarà molto simile all’attuale libretto di circolazione e sarà disponibile in versione digitale.

Il decreto legge, approvato in Consiglio dei Ministri, stabilisce che questo cambio avverrà ufficialmente a partire dal primo luglio 2021.

Documento unico anche per camper, caravan e rimorchi
Documento unico anche per camper e caravan.

Ci sarà tempo fino al 30 giugno 2021 anche per noi utenti di adeguarci a queste ulteriori pratiche che saranno digitalizzate ma soprattutto l’ACI e le imprese del settore avranno il tempo necessario per mettere a punto i loro sistemi informatici e rendere così il servizio pienamente operativo. A tal proposito la Motorizzazione Civile ha già implementato il suo organico con 148 nuovi assunti tra ingegneri e architetti.

Dal primo luglio quindi la procedura di trasferimento di proprietà durante la vendita di un veicolo sarà effettuata tramite firma elettronica, per gli attuali possessori di mezzi non c’é l’obbligo di passare al documento unico (DU) ma nel caso di vendita del mezzo ad altro proprietario verrà automaticamente generato un documento unico di circolazione che sostituirà il vecchio libretto ed il certificato di proprietà.

Il nostro ufficio pratiche è a disposizione per qualsiasi dubbio scrivendo a assistenza@ercoletmepolibero.it

Etica, business e outdoor

INT – Andrea Ercole, titolare

Da quasi sessanta anni la ditta Ercole porta il suo contributo al mondo del Tempo Libero e dell’outdoor. Per questa ragione abbiamo chiesto al titolare, Andrea Ercole, di rispondere a qualche domanda per raccontarci la storia dell’azienda e del pensiero che sta alle spalle di questo lavoro. Buona lettura.

Ciao Andrea; come sempre, di getto: nome e cognome, età e luogo di nascita.
Andrea Ercole, 56 anni, Vicenza.

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Non è scontato che un imprenditore, specie se di un grande negozio, pratichi lo sport o l’attività che tratta in negozio. Tu invece di sport di montagna ne fai e ne hai fatti diversi…
Ho sempre pensato che per consigliare un prodotto a un cliente si debba averlo provato di persona, per capire a cosa serve e come si usa.

In realtà sono sempre stato molto sportivo: quando avevo cinque anni mia mamma mi portò dal pediatra, il quale le ordinò di farmi fare sport; judo e sci in inverno e nuoto d’estate. Ho sempre fatto sport per passione, anche se non ho mai vinto nulla in quanto non sono mai stato competitivo e non avevo le capacità per esserlo. Questo non mi ha però impedito di togliermi belle soddisfazioni personali: ho anche partecipato a una spedizione alpinistica nello Shivling, montagna del Garhwal indiano sull’Himalaya; oltre che a varie gare di ultratrail e di triathlon in ambiente. L’ultima scoperta è lo swimrun – l’abbinamento della corsa con il nuoto, sempre in ambiente: litorali deserti, boschi in montagna e colline, abbinati al nuoto in laghetti di montagna o in mare.

E a correre come hai iniziato?
Ho sempre corso, fino dall’età di sette anni: ricordo la prima marcia del paese accompagnata dal diluvio universale per tutti i 12 km del percorso. Lì ho capito che il fango e il brutto tempo mi erano congeniali.

Gruppo-Corri-con-Noi-OK

Ercole è ormai un negozio storico; hai voglia di raccontarci la sua storia?
La ditta Ercole nasce nel 1965 a Dueville, un paese a qualche chilometro da Vicenza.

Inizialmente il negozio sorge in una stanza di quattro metri per quattro trattando articoli casalinghi; venne aperto da mio papà Gian Pietro, ancora oggi attivamente coinvolto nel negozio. Da qui il negozio si sposta in centro a Dueville, e negli anni aumenta la proposta commerciale aggiungendo prima i giocattoli e un paio di anni dopo il neonato.

Intorno al ‘75 si vendono le prime due tende da campeggio, e l’anno successivo l’esposizione si fa più importante.

Il salto di qualità arriva nel ‘78 con il trasferimento lungo la Statale Marosticana, che collega Vicenza e Bassano del Grappa. Nella nuova sede la filosofia è quella di diventare un punto di riferimento per il “Tempo Libero” e per tutti coloro che amano la vita all’aperto in generale. Così nei primi anni Ottanta abbiamo aggiunto anche i mobili da giardino e gli articoli sportivi. La continua crescita qualitativa ha portato l’azienda a vantare 15.000 m2 di area espositiva, di cui più di 9.000 coperti, diventando uno dei maggiori punti vendita del plein-air.

Crediamo che il valore aggiunto del nostro negozio sia la passione e la forza del personale. I collaboratori, infatti, sono tutti veri appassionati della materia che trattano e questo dona loro la capacità di confrontarsi col cliente sempre in maniera propositiva.

Anche noi titolari, sempre in negozio, seguiamo in prima persona quante più trattative possibili, impostando ogni settore in maniera completamente autonoma l’uno dall’altro permettendo quindi la massima libertà di movimento per cercare sempre alternative di tendenza e risposte alle esigenze del mercato.

Shivling1989

Andrea, com’è cambiato il mercato dell’outdoor da quando hai iniziato?
Da quando ho iniziato, nell’85, il mercato outdoor è cambiato molto. Tra tutti i settori che trattiamo esso continua a trasformarsi, anche grazie agli investimenti costanti delle aziende del settore. È anche cambiato il modo in cui il cliente si approccia: è molto più preparato, ed è coinvolto in una comunità che vive il tempo libero e l’attività all’aria aperta in modo consapevole e che sta creando una cultura e un’attenzione ecologica.

Andrea, un grande negozio naturalmente deve anche vendere, ma tu non hai mai nascosto un secondo obiettivo, quello di fare cultura outdoor; non tanto nel senso di istruire il cliente come se fosse uno scolaretto ma piuttosto di incoraggiarlo a una visione consapevole del vivere la montagna. Qual è la tua idea in proposito?
Nel tempo mi son reso conto che vendere per vendere non mi dà soddisfazione, ma se al cliente a cui vendo un paio di calzini riesco anche a far capire il significato del prodotto che sta comprando e gli aspetti che ci sono dietro allo sviluppo di ciò che usa allora sono soddisfatto. Questo permette anche di creare un forte contatto con il cliente.

Che tendenze vorresti vedere e come vorresti vedere cambiare il mercato outdoor, o anche solo il tuo mercato, se preferisci, nei prossimi anni?
Il mercato outdoor in generale sta prendendo sempre più clienti – vedi per il momento – riscoprendo il vivere all’aria aperta. Sarebbe molto importante che buona parte dei giovani che non aveva mai provato il vivere all’aria aperta in modo indipendente e autonomo rimanesse in questo mondo una volta finita la pandemia, portando con sé una più forte idea di ecologia, magari anche di prodotto.

Il mio sogno sarebbe creare anche attorno al negozio una comunità outdoor consapevole, ecologica e rispettosa degli equilibri naturali, anche se forse è un’utopia.

Tutto questo però stando sempre bene coi piedi per terra. Per quello che ho potuto osservare conoscendoti, sei una persona che si entusiasma sinceramente per le belle cose; cosa che può sembrare in contrasto con lo spirito cinico che ci si aspetta da un imprenditore. Secondo te si possono conciliare i due aspetti? L’idealismo e la passione con l’imprenditorialità?
Ecologia e business possono andare a braccetto se c’è buon senso e rispetto.

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Tornando per un momento alla tua attività sportiva ma tenendo ferma la cultura degli sport di montagna, possiamo dire che tu la corsa in montagna in Europa l’hai vista nascere? Com’è cambiata?
Sai, col tempo tutte le cose si modificano. La corsa in montagna è, ed è stata, una tendenza importante, una moda, ma come tutte le mode rischia di sfiorire. Credo che dopo la pandemia molte delle corse che non avevano storicità – oltre che qualità del servizio e bellezza del percorso – non si ripresenteranno più nel panorama gare. Sarebbe bello dargli nuovamente i concetti che avevano una volta, come la totale autonomia o farle prive di assistenza, e che invece ci facciano sentire più il senso della comunità, creando aggregazione. Il cronometro non è più così importante.

Come negozio pensi di poter avere un ruolo in questo processo di trasformazione?

È difficile trasformare realmente questo mondo, ci sono troppe persone che hanno abitudini tradizionali, ma possiamo usare un momento come quello che stiamo vivendo per spingere dei concetti più sentimentali e sinceri. Creare ora dei punti fermi da seguire quando ripartiremo sarebbe già una grande cosa per impostare un modo nuovo di fare sport.

Il tuo capo preferito?
Sono un appassionato di tutto ciò che viene sviluppato da Patagonia; appassionato per la qualità del prodotto, per le elevate performance dei tessuti, e soprattutto per la filosofia che precede la produzione e segue il recupero del prodotto dopo l’uso.

Prossima meta (appena si potrà)?
La prossima meta sarà la mia prima 100 miglia, la 100 miglia d’Istria; non appena si potrà fare, quando finalmente torneremo alla normalità. Il sogno invece è quello di partecipare a Western States 100 [sospira] – mah, io lo spero ancora!

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E come?
Il mezzo di trasposto sarà finalmente un Van Kyros di Trigano, che proverò a usare all’occorrenza visto che ne avremo a disposizione per il noleggio. Fino ad ora ho sempre sfruttato tutte le potenzialità del mio SW: per dormire, per cambiarmi e per mangiare. Del resto è sufficiente un po’ di organizzazione e degli accessori giusti ed è tutto fattibile.

Qualcos’altro da dichiarare? Un consiglio al lettore o una frase memorabile con cui chiudere l’intervista?
In questo momento, in cui si parla e si vive solo la pandemia, i miei pensieri ricadono sempre su considerazioni filosofiche cercando di immaginare cosa questa situazione ci lascerà e cosa cambierà. L’uomo ha una memoria troppo corta per consolidare ciò che impara, fare tesoro e reagire al meglio nei momenti difficili, per questo temo che tutto questo disastro non porterà necessariamente a un’evoluzione positiva. Spero davvero di prendere un granchio.

Grazie Andrea.

Ciaspole Heil!

con Mosè Barausse

Se bisogna trovargli un difetto, è che sono un po’ demodé. Di certo le ciaspole non sono il mezzo più “cool” per spostarsi sulla neve, e se ne parlate a scialpinisti e snowboarder è facile che questi vi liquidino sghignazzando. Perché parlarvi di ciaspole allora?

Per due ragioni. La prima è che la moda non è una ragione sufficiente per non fare qualcosa, e la seconda è che le ciaspole non fanno necessariamente schifo solo perché esiste un’attività liberatoria come lo sci. Insomma, non vi faranno galleggiare sulla fresca come un paio di aste larghe, ma a noi le ciaspole piacciono, e ora vi spieghiamo il perché.

Sarete stanchi di leggerlo, ma il 2020 è stato l’anno della riscoperta degli spazi aperti e della natura, e con la chiusura degli impianti di risalita, centinaia di sciatori su pista si sono riversati sui sentieri coperti dalla neve. Molti di questi, non avendo esperienza alpinistica o non sapendo gestire pelli, sonde, Arva, e simili, hanno optato per una soluzione molto più semplice e intuitiva – sì, le ciaspole. Così, un sacco di persone hanno riscoperto una montagna più semplice ed essenziale, senza skilift e Après-ski, e in cui ci si può muovere autonomamente senza la compagnia di altre migliaia di persone. Per quanto sia improbabile che tutte queste rinunceranno alle vecchie abitudini una volta riaperti gli impianti il prossimo inverno, è comunque apprezzabile il fatto che uno strumento considerato da qualcuno «vecchio e sfigato» sia stato in grado di portare un sacco di gente a vivere una montagna lenta. Sarà merito della chiusura degli impianti, ma bisogna dire che le ciaspole questo giro hanno fatto un gran bel lavoro.

Come dicevamo, una delle tendenze delle attività outdoor nell’epoca dei social network sono le mode. E insieme a esse anche tutta quella miriade di persone che influenzano il mercato outdoor, talvolta allontanandolo dalla sua ragione più sincera e spontanea. Buona parte del recente successo dello scialpinismo è dovuto proprio a questo, che se da un lato ha il pregio di aver portato la gente lontano dalle piste, ha anche portato una certa dose di arroganza e quel tanto di inconsapevolezza. Questo ci sembra innegabile. Le ciaspole, che al contrario dello sci sono uno strumento molto umile e povero, non hanno comportato lo stesso problema, anzi. Insomma, in questo momento storico ci hanno fatto un gran bene, e noi gliene siamo grati.

Ma un’altra ragione per cui le ciaspole ci piacciono è perché ci riportano indietro con gli anni. No, non agli anni Trenta! Ma al grunge degli anni Novanta e alla svolta epocale che quell’epoca ha portato nel modo di vivere la montagna anche in Europa: lo snowboard. Già, perché se con il recente miglioramento dello splitboard salire con la tavola è diventato semplice, un tempo non lo era altrettanto, e in mancanza d’altro i primi snowboarder salivano proprio con le racchette da neve. Insomma, le ciaspole da strumento da nerd un po’ sfigati sono diventate centrali nello sviluppo di una disciplina così rivoluzionaria come il freeride.

Ok, ma oggi che esiste lo splitboard, perché salire ancora con le ciaspole? Prima di tutto perché non tutti gli snowboarder hanno uno splitboard. Là fuori ci sono un sacco di sedicenni che sanno andare su una tavola benissimo e che non si possono permettere uno splitboard. Non solo, ma molti di questi sono cresciuti sulla neve battuta e quasi non sanno muoversi al di fuori delle piste – ambiente per cui è nato lo snowboard. E se lo sanno è perché hanno visto dei video su YouTube, ma non sono mai saliti su una montagna per poi scenderla con la tavola ai piedi. Se sei quel tipo di ragazzo e ci stai leggendo, prenditi un paio di ciaspole.

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Mosè Barausse, amico e cliente da più di 25 anni. Oltre alla sua attività di ultrarunner (quattro volte finisher della PTL), arrampica e fa snowboard alpinismo ormai da sempre. Siamo andati a disturbarlo per chiedergli com’era andare sulla tavola quando le ciaspole erano l’unico mezzo di risalita.

Ciao Mosè, dove ti trovi in questo momento?

Sono appena arrivato a casa. Sono stato quattro giorni a Misurina in camper con la famiglia.

Cosa hai fatto a Misurina?

Eh, ho fatto tre gite con lo split, una al giorno, tutte sui Cadini. Alla mattina partivo ed erano -20°.

Immagino, io sono stato al Rolle sabato ed erano -12° alle undici di mattina. Senti, quando hai iniziato ad andare sulla tavola e quando hai comprato il primo splitboard?

Sulla tavola vado da più di vent’anni. Per cui lo splitboard sarà nato attorno agli anni Novanta, arrivando in Europa un po’ più tardi. Io ci vado da una decina d’anni. E poi due anni fa ho fatto gli esami per diventare istruttore regionale: una volta diventavi istruttore di scialpinismo o di snowboard alpinismo. Ma quando li ho fatti io li hanno messi insieme.

Prima che arrivasse lo splitboard salivate con le ciaspole, che è poi quello di cui stiamo parlando in questo articolo. Com’era?

Mosé Barausse
Mosé Barausse

Sai, il problema è che il ciaspolatore “rovina” la traccia delle pelli, perché buca la neve. Noi quando salivamo con le ciaspole e gli snowboard in spalla andavamo sempre con altri sciatori, perché noi snowboarder eravamo pochi (anche oggi siamo in pochi), e allora gli sciatori ci rompevano perché gli bucavamo le tracce. Ora che anche noi saliamo con le pelli dà fastidio anche a noi il buco della ciaspola [ride]. Ma non son mica delicato. Va bene così, il mondo è bello perché è vario.

Ogni volta che mi è capitato di andare in montagna con te, o di fare una gara insieme, sono sempre rimasto stupito della leggerezza con cui affronti delle cose decisamente dure o dei problemi. Hai qualche consiglio per chi vuole prendersi un paio di ciaspole e farsi un paio di giretti in montagna?

C’è tanta gente che va con le ciaspole sulla strada battuta dal gatto, come oggi. Mia figlia è venuta su con i doposci. Lo fanno per dire di aver fatto la ciaspolata, o perché hanno affittato le racchette. La cosa bella però è battersi la traccia dove è fresca, non dove è battuto, che non ha senso.

Prossimi progetti invernali?

Vorrei fare la traversata delle Piccole con lo Snowboard. Parti dal Battisti, vai su in Carega, Bocchetta Fondi, Pian delle Fugazze, Palon e giù per Posina. Sarebbe la prima traversata completa delle Piccole con lo Split.

Come dice Mosè, siamo convinti che non ci siano modi giusti o sbagliati, belli o sfigati per andare in montagna. Fintanto che sono rispettosi dell’ambiente, sono tutte altrettanto valide modalità di espressione. Secondo noi le ciaspole significano rispetto e semplicità, e finché è così, siamo pronti a gridare: Ciaspole Heil!

Scegliere il sacco a pelo

Se entrate in negozio, vi lasciate a sinistra il reparto montagna e girate a sinistra verso i reparti campeggio, sport acquatici e camper/caravan, superato il corridoio alla vostra sinistra troverete i sacchi a pelo. Potrebbero sembrare in un angolo, ma in verità sono al centro del negozio: se scalate, sciate, correte, viaggiate in bicicletta, fate escursionismo, andate a vela, viaggiate in caravan, andate agli scout o dormite in spiaggia con gli amici, se volete farlo per più di 24 ore dovrete dormire. E il sacco a pelo è la soluzione migliore per farlo.

Il sacco a pelo è un oggetto magico che nessuno ha voglia di comprare: non ha l’appeal di una bella piccozza o di un paio di sci (anche se spesso costa quanto questi ultimi), ma se non ce l’avete non andate da nessuna parte. Ciononostante, ognuna delle attività sopra elencate ha delle esigenze diverse, motivo per cui in negozio vi offriamo un’ampia scelta di sacchi di brand diversi. Che ovviamente è un valore aggiunto, ma a meno che non abbiate confidenza con questo prodotto, avrete bisogno di una dritta per capire quale fa più al caso vostro. Per questa ragione abbiamo deciso di scrivere questo articolo, ricordandovi sempre che in negozio ci sono professionisti che capiscono subito di cosa avete bisogno, proponendovi la cosa più vicina alle vostre reali necessità

Umido ma non troppo su una scogliera del nord della California
Umido ma non troppo su una scogliera del nord della California

Non solo, il sacco a pelo è anche una cosa dal sapore ancestrale, che per un momento ci dà (l’illusoria) impressione di non essere più stanziali, e di essere tornati indietro di migliaia di anni ai tempi dei pastori raccoglitori. Naturalmente non è così, ma di sicuro ristabilisce un rapporto con il «là fuori» (gli inglesi lo chiamano out-there), facendoci dimenticare la necessità di infrastrutture inutili sulle nostre montagne.

Ma bando alle ciance, e vediamo di darvi un paio di dritte:

  1. Specificità vs versatilità

Come dicevamo, ogni sacco ha delle caratteristiche precise. Queste sono legate al peso, alla comprimibilità, alla temperatura di comfort, alla capacità di isolarvi dall’umidità. Le vedremo una ad una più avanti, ma in linea generale, tutte queste caratteristiche si riassumono semplicemente in un sacco a pelo di qualità, e grosso modo vanno tutte di pari passo: è molto difficile trovare un sacco a pelo caldo ma non resistente all’umidità o leggero ma non comprimibile. Tutto sommato è piuttosto semplice. Più prevedete di trovarvi in condizioni severe e più avrete bisogno di queste caratteristiche, e di conseguenza aumenteranno performance e prezzo. Lineare.

Grazie tante, ma allora basta prendere il più costoso? La risposta ingenuamente è sì, se dovete scalare il Nanga Parbat, altrimenti no. Un sacco a pelo caldissimo da usare tutto l’anno è controproducente, e sudare dormendo non piace a nessuno, soprattutto dentro una cosa che non dovete lavare, d’altro canto se investite su un oggetto del genere vorreste evitare di trovarvi nella situazione di dover rinunciare a qualche gita perché il vostro sacco non è all’altezza. Per questa ragione la soluzione, come spesso accade, sta nel mezzo: la cosa complicata non è tanto scegliere il sacco a pelo più performante e aggressivo, ma è scegliere il sacco a pelo più performante nel più vasto numero di situazioni plausibili. Ripetete: più performante nel più vasto numero di situazioni plausibili: plausibili. 

Un fotogramma del film “The Last Hill” prodotto da Patagonia: Nick Russel fa lo sciamano col suo sacco a pelo su un sasso delle Alabama Hills.
Un fotogramma del film “The Last Hill” prodotto da Patagonia: Nick Russel fa lo sciamano col suo sacco a pelo su un sasso delle Alabama Hills.
  1. Impatto

Noi di Ercole teniamo all’impatto ambientale. E ogni volta che vendiamo un prodotto poco sostenibile perché non esiste ancora un’alternativa valida ci piange un po’ il cuore. E i sacchi a pelo, purtroppo, sono uno di quei prodotti. E quindi? E quindi visto che non c’è un’alternativa quanto meno sforziamoci di giustificare quell’acquisto riducendone l’impatto il più possibile, e non comprando tanto per fare.

Esistono due grandi famiglie di sacchi a pelo. Quelli sintetici e quelli in piuma. I primi a fine vita rilasceranno microplastiche negli oceani e sui terreni, per i secondi bisogna spennare delle oche. Ognuno di noi ha una sensibilità diversa in proposito, ciononostante, la cosa più ragionevole da dire è che per quanto possa non importarci, niente è gratuito.

Un sacco a pelo è un oggetto potenzialmente eterno, il nostro consiglio è di acquistarlo, trattarlo con tutti i crismi del caso, e ripensarci fra trent’anni.

Andrea Ercole, proprietario e direttore di Ercole Tempo Libero, usa ancora lo stesso sacco a pelo che aveva acquistato quasi trent’anni fa, come ricorda lui stesso: «Siamo stati nello Shivling, montagna indiana nel Garhwal, alle sorgenti del Gange. Quasi 30 anni fa. Per la spedizione abbiamo acquistato due sacchi a pelo dell’azienda Lumaca, all’epoca si costruivano ancora in Italia. Un sacco interno che usavamo per le quote basse, un sacco più pesante per le quote intermedie, e insieme, uno dentro l’altro, per le alte quote. E ancora li uso…»

  1. Sintetico o piuma

Eterno dilemma. Scegliere non è immediato, ma le caratteristiche a favore o contro sono piuttosto semplici: il sintetico costa meno, è più resiste all’acqua e all’umidità, si deteriora meno facilmente, in rapporto al peso è molto meno caldo della piuma; la piuma è più delicata (ma è sufficiente evitare di farne un uso sciatto), è più costosa, è estremamente più leggera, è estremamente più comprimibile, è estremamente più calda. Di che materiale sono i sacchi a pelo che usano nelle spedizioni? Domanda sbagliata, a meno che voi non dobbiate andare in Pakistan non ha senso fare paragoni con situazioni estreme. Comunque sono in piuma.

  1. Peso, comprimibilità

Se vi interessa più il peso o la comprimibilità è questione di gusti e necessità. Ciononostante, le due cose tendono ad andare abbastanza di pari passo. I sacchi a pelo caldi sono grandi, non c’è niente da fare. Ma alcuni sono molto più grandi di altri. Vedete voi cosa vi serve fare.

Silke Koester si fa un sonnellino nel suo sacco Sea to Summit al campo di atletica della Placer High School di Auburn, all’arrivo di Western States 100, dopo 23 ore e 6 minuti di gara.
Silke Koester si fa un sonnellino nel suo sacco Sea to Summit al campo di atletica della Placer High School di Auburn, all’arrivo di Western States 100, dopo 23 ore e 6 minuti di gara.

  1. Come scegliere la temperatura

Avete bisogno di un sacco per bivaccare al coperto sui 2000 metri in inverno. Ok. Ma come si traduce in termini di gradi questa situazione? Questa cosa non è semplicissima ed è determinata da diversi fattori. Un sacco a pelo tendenzialmente presenta tre temperature: una di comfort, una limite e una estrema (o simili, dipende dai marchi). Il nostro consiglio è quello di tenere come riferimento la temperatura limite, che significa che se siete persone sane senza eccessivi problemi di vascolarizzazione degli arti, riuscite a dormire a quella temperatura tranquillamente senza svegliarvi per sei ore. Queste tre temperature sono calcolate dormendo nel sacco a pelo nudi, situazione abbastanza improbabile, per cui considerate che con dell’abbigliamento intimo (in pile, in Capilene, o in lana merino) quella temperatura si abbassa anche di circa 5 gradi.

Un’indicazione della temperatura di un Sea to Summit Spark I
Un’indicazione della temperatura di un Sea to Summit Spark I

Se siete donne avrete bisogno di un sacco a pelo più caldo. Ci dispiace, ma è così: biologia. In termini pratici questo si traduce in modo piuttosto semplice: la temperatura “comfort” del sacco per una donna equivale alla temperatura “limite”.

Esistono sacchi a pelo ottimi non solo per dormire
Esistono sacchi a pelo ottimi non solo per dormire

Inoltre, alla temperatura del sacco potreste aggiungere un sacco bivacco sopra, o un sacco lenzuolo termico al suo interno in grado di aumentarne la capacità di isolamento. Tutto chiaro?

Insomma, se dovete bivaccare al Fraccaroli a febbraio (anche se vi ricordiamo che non si può), un sacco a pelo con temperatura limite tra i -9 e i -13, vestendovi con un minimo di accortezza sotto, è quello che fa al caso vostro.

Per questo genere di situazione vi consiglieremmo uno Spark III (prodotto dall’azienda americana Sea to Summit, non conosciutissima in Europa ma capace di competere con i migliori marchi tedeschi), e il Vaude Rotstein 700 dwn (che nonostante il nome è verde).

Ma di questo ve ne parleremo meglio altrove la settimana prossima.

Siamo stati utili? Se avete dubbi passate in negozio e fate due chiacchiere col nostro team. Ci vediamo nei bivacchi del Lagorai quest’estate.

Zaino: 3 semplici consigli per decidere cosa metterci

Nel 2020 avete rivalutato l’attività outdoor e per Natale vi siete fatti regalare uno zaino: gli avete appena staccato il cartellino, il colore vi piace un sacco, ma non avete la minima idea di cosa metterci dentro. Non preoccupatevi, in questo breve articolo proveremo a spiegarvi con quale criterio decidere che cosa mettere nello zaino, poi deciderete voi!

zaino nella neveIl contenuto dello zaino non è soltanto un problema di chi è alle prime armi: un sacco di persone che vanno in montagna da anni non hanno ancora capito come farlo, e anche al camminatore più rodato talvolta vengono dei dubbi. Estate, inverno, trekking, alpinismo, running. Con tutte queste variabili è evidente che una regola precisa non c’è. Ma non importa dove stiate andando o quanto starete via, ci sono tre semplici consigli da seguire che sono evergreen. Non ce li siamo inventate noi, ma li abbiamo capiti passando anni in negozio provando a capire cosa facesse più al caso di ogni cliente. Ma bando alle ciance, iniziamo coi consigli:

 

Consiglio uno: metti da parte i luoghi comuni.

I luoghi comuni sono il male, sempre. Ma in montagna se possibile lo sono ancora di più. E i luoghi comuni sul contenuto dello zaino sono tantissimi e con le origini più disparate: i calzettoni lunghi, otto cambi di riserva, il kit di pronto soccorso. Quando qualcuno vi dice che i calzini di ricambio sono indispensabili spesso ha torto, ma attenzione: questo non significa che non siano utili, ma diverse situazioni presuppongo diverse necessità. Per questo quello che dovete fare è fermarvi e pensare: svuotate lo zaino dai luoghi comuni e ponetevi volta per volta le seguenti domande: che stagione è? Dove sto andando? Quanto tempo sto fuori? Ci sono neve o ghiaccio? Servono dei dispositivi di sicurezza? Quanto veloce sono? So gestire una situazione che non avevo previsto? Sono domande fondamentali che si pone chiunque vada in montagna indipendentemente dalla disciplina che fa. Ma la risposta non è sempre immediata, andiamo avanti.

Consiglio due: sii umile, ma non troppo.

Se il primo passaggio era farsi delle domande, il secondo è darsi delle risposte.

Quando si va in montagna bisogna essere pronti a tutto, ce lo ripetono da quando siamo bambini, ma siccome a noi piace essere razionali, riteniamo sia più ragionevole dire che bisogna essere pronti a diverse eventualità: il tempo può cambiare da un momento all’altro, e le temperature potrebbero abbassarsi rapidamente, potremmo perderci, o potremmo decidere di allungare il percorso fino all’imbrunire, così da avere bisogno di una lampada frontale. Tante eventualità, troppe, tanto che è impossibile essere pronti a tutte. Come in altre circostanze, spesso, il buon senso è la chiave dei problemi; perciò, la regola principale da seguire per rispondere alle domande del punto precedente è la seguente: non fare lo splendido. La montagna spesso premia i peggiori. Tenete in considerazione che andare in rifugio non si tratta di fare una sfilata, a nessuno importa di vedere tutto il vostro guardaroba: portate ciò che vi serve, niente di più e niente di meno. Non dovete dimostrare niente a nessuno. Questo non significa che voi avrete la stessa quantità di materiale rispetto a un altro, perché a persone diverse corrispondono necessità diverse. Ma non riempitevi nemmeno lo zaino di cianfrusaglie inutili per far vedere che le avete. In due parole: siate sobri.

Consiglio tre: quello che ti serve probabilmente già ce l’hai.

Se state muovendo i primi passi nei boschi probabilmente sarete tentati di comprare tutto subito. È un errore. Esperienza non significa solamente aver fatto tante uscite in montagna, significa soprattutto aver fatto tante uscite in montagna, ma una buona parte è rappresentata dalla conoscenza dei materiali, e se avete appena iniziato, non li conoscete. È semplice. Il che potrebbe portarvi a investire sulle cose sbagliate, e solo col tempo capirete di cosa avete veramente bisogno. Non acquistate oggetti inutili, il mondo non ha bisogno di spazzatura in più: aprite l’armadio e guardate cosa c’è dentro, usatelo un paio di volte, e semmai a quel punto deciderete se sostituirlo. E se decidete che una cosa non fa più al caso vostro, non buttatela nel cestino, ci sono tanti modi per rendere utili a qualcun altro dei vestiti usati.

TrekkingE con questo avremmo finito i nostri consigli. Se vi aspettavate una lista di cose da infilare alla rinfusa nello zaino questo non è l’articolo giusto: anche se in certe circostanze ci sono delle cose che dovete avere (come ARTVA pala e sonda se fate skialp), non esiste una lista universale che vada bene per tutto e per tutti. Ci sono esperienze diverse, sport diversi, situazioni diverse, aree geografiche diverse. I consigli sull’argomento sono sempre ottimi, soprattutto quando dati da esperti, ma poi tutto andrebbe comunque passato al vaglio di quelle domande. Noi abbiamo provato a consigliarvi con quale criterio decidere se una cosa vi serve o no. Ora sta a voi.

E ricordate che se siete alle prime armi, in negozio abbiamo delle persone che sono lì apposta per consigliarvi. E se invece siete degli esperti, un secondo parere professionale è sempre un grande aiuto! Ci vediamo sui sentieri.

Campfire tex-mex al ritorno da un vajo

In estate si fanno sempre più cose che in inverno. Non ho mai capito perché. Almeno io ho sempre fatto più cose. E gli sport invernali si sono sempre ridotti all’attività in sé, perché se non puoi permetterti una notte da qualche parte, una volta asciugati picca e ramponi non resta molto da fare se non tornare a casa. Domenica però non avevamo voglia di tornare a casa e basta, cercavamo una scusa qualsiasi per stare qualche ora in più fuori a respirare l’odore di resina.

Allora abbiamo preso una scatola di cartone che stesse nel bagagliaio della macchina e abbiamo cercato un’area in cui poter accendere un fuoco. Nella scatola abbiamo messo una piccola accetta, dei legnetti e della diavolina per accendere il fuoco, un tagliere, un paio di posate, e una pentola in ghisa della Staub.

"Poi ho messo nella scatola di cartone olio, sale, pepe..."
“Poi ho messo nella scatola di cartone olio, sale, pepe…”

La sera prima di uscire ho messo in ammollo e ho prelessato i fagioli neri. Poi ho messo nella scatola di cartone olio, sale, pepe, peperoncino, aglio, cipolla, un lime, alloro, salvia, rosmarino, della passata di pomodoro e una busta di nachos. Sono tutte cose abbastanza piccole che non occupano spazio in macchina alle cose più importanti: be’, sì, gli zaini da montagna ovviamente.

Il giorno dopo, scendendo dal Ristele (Piccole Dolomiti) e trovando il Rifugio Battisti chiuso, dopo aver fatto 1000 metri di dislivello in meno di tre chilometri, la cosa più immediata da fare sarebbe stata salire in macchina e tornare a casa. Noi invece abbiamo cercato un’area dedicata e abbiamo acceso un piccolo fuoco e ci siamo messi a cucinare, abbiamo stappato un paio di birre, e ci siamo messi a guardare le montagne aspettando che la pentola facesse il suo dovere.

cucinandoVolevamo usare un oggetto ingiustificatamente raffinato per un semplice piatto di fagioli, valorizzando quel momento e la situazione. Perché in fondo sono le piccole cose che danno il sapore a tutto il resto. Oltretutto in queste cose bisogna valutare i mezzi che si hanno a disposizione: i fagioli vogliono una cottura lunga e costante, che con altre pentole sarebbe stata difficile da gestire all’aperto, senza controllare il fuoco ogni due minuti. Per questo avevamo bisogno di una pentola che mantenesse una temperatura interna costante. A questo aggiungete che per un picnic non potevamo portarci via cinque litri d’acqua, ma con una pentola in grado di conservare l’acqua all’interno è bastata quella dell’ammollo dei fagioli, che ha colorato il sugo di nero.

prontoInsomma, un fuoco da campeggio è una cosa semplice, ma è mantenerlo semplice lavorando sui dettagli che lo rende speciale, e interessante. Avere cura delle piccole cose. Alla fine non è servito molto, un fuoco, dei fagioli, e una pentola.

Una piccola guida per affrontare l’inverno

Con le nuove misure saremo costretti a trascorrere le ferie senza toccare sci, tavole, picche e ramponi. I panettoni ci faranno sentire ancora più in colpa e la neve che ha fatto nelle ultime settimane starà lì fuori a guardarci. Ma per fortuna l’inverno non finisce il 6 gennaio, e quando saremo usciti da queste vacanze avremo davanti ancora tanti mesi per recuperare (si spera) quello che non abbiamo fatto in questi giorni.

invernoDicembre però è anche il tempo dei bilanci e dei buoni propositi. Per questo, come ultimo articolo outdoor del nostro blog in questo anno storto vorremmo alzare un po’ la temperatura lasciandovi con alcuni propositi per quello che viene.

  1. Salvaguardiamo i nostri inverni

Se è difficile sopravvivere a due settimane senza sciare immaginatevi delle Alpi senza neve. Non è una novità, ma come tutte le cose più grandi di noi, tendiamo a dimenticarcene presto. Ciononostante, il prossimo sarà un inverno senza impianti caotici, senza riflettori, senza piste arancioni. Insomma, potrebbe essere un’occasione per rivedere le nostre priorità sul come andiamo in montagna.

  1. Prossimità

estateQuest’anno abbiamo imparato quanto importanti siano gli ambienti naturali vicino a casa, abbiamo riscoperto una bellezza più sobria e legata alle piccole cose, come uno scorcio dalla finestra o la bellezza di poter correre sull’argine dietro casa. Abbiamo iniziato a osservare con più attenzione gli uccelli che hanno sempre abitato nel nostro giardino e di cui non ci eravamo mai accorti. Insomma, abbiamo trovato la motivazione per valorizzare anche luoghi abbandonati e degradati, ora è il tempo di mettersi a lavoro per riuscire a farlo.

  1. Viaggio

Se c’è una cosa che pochi di noi sono riusciti a fare quest’anno è stato viaggiare in modo tradizionale. Ma noi di Ercole crediamo che ci siano tanti modi per viaggiare, e uno di questi è farlo in modo essenziale: un furgone, una strada, e tante miglia da scoprire davanti a noi. Abbiamo provato a raccontarvela come scelta di vita, proveremo a farlo ancora.

  1. Divieti

Indipendentemente dai meriti o dai demeriti, che sono argomenti troppo delicati, questi decreti ci hanno messo di fronte al fatto di non poter andare in Natura. Noi di Ercole crediamo che ragionare su questo possa essere l’opportunità per rivedere le nostre priorità, il nostro stile di vita, oltre alle piccole cose legate alla nostra quotidianità, come il mezzo di trasporto con cui andiamo al lavoro. Insomma, crediamo che le cose negative capitino, ma poi molto dipende dall’uso che decidiamo di farne.

  1. Numeri

L’aumento di persone sui sentieri e sulla neve ha però portato anche tanti problemi: inconsapevolezza, incidenti, sovraffollamento di quelli che un tempo erano luoghi sconosciuti e che oggi sono diventati come la Tour Eiffel, la cui immagine si deteriora a mano a mano che vengono fotografati. Come negozio, insieme ai nostri dipendenti, abbiamo provato ad accompagnare le persone che hanno iniziato ad avvicinarsi a un mondo che noi conosciamo da decenni, consapevoli che ci sia ancora un sacco di strada da fare.

Barbecue: come scegliere quello giusto

Che sia in giardino o sul balcone il barbecue è ormai parte integrante dell’arredo di casa. Il barbecue rappresenta la compagnia ed il mangiar sano.

A questo proposito bisogna dire che oggi abbiamo imparato che il barbecue può essere comodamente utilizzato per l’alimentazione di tutti i giorni e non richiede un’attenzione che porta via ore. Tutto sta appunto nella capacità di sfruttarlo al meglio delle sue potenzialità.

Per rispondere con soddisfazione alle diverse esigenze esistono vari modelli che si differenziano per dimensione e/o metodo di cottura.
Come per la scelta dell’abitazione il primo acquisto resterà nel cuore ma probabilmente si sentirà presto l’esigenza di “evolvere” e poter godere di qualche requisito in più.

Cosa distingue la cottura al barbecue rispetto al camino?
La presenza del coperchio che permette una cottura omogenea anche degli alimenti di grande spessore ed il controllo dell’umidità all’interno del barbecue con il controllo dell’aria e del calore nel bruciatore.
Tutto questo per ottenere una cottura croccante fuori e morbida dentro e grossi tranci di carne che restano squisitamente morbidi.
Cucinando alla griglia i succhi rilasciati dai cibi entrano in contatto con il calore che si trasformano in vapore a contatto con le barre e ricadono sul cibo mantenendolo morbido e donandogli il classico sapore di “barbecue”.

Per procedere alla scelta del barbecue bisogna tenere conto di che spazio si ha a disposizione, se  minimo o un ambiente ampio fuori casa, se la zona è vicina alla fornitura di gas, acqua e luce, se è riparata da sole e pioggia, se lo si sfrutterà per cuocere una braciola ogni tanto o si preferisce una vera e propria postazione completa ed articolata sfruttabile il più possibile.

Una volta fatte le dovute valutazioni si deve scegliere tra un barbecue a gas, a carbone o elettrico, tutte soluzioni valide che non intaccano sul risultato finale che è legato alla temperatura del barbecue e da come si distribuisce al suo interno.

BARBECUE A GAS

bbq-gasComodo perché si accende e funziona come il classico fornello di casa ed è pronto per la cottura in 10/15 minuti.
È composto da un bracere sul quale è fissato il coperchio, all’interno si trovano i classici bruciatori orizzontali e verticali e le più innovative piastre laterali che sfruttano gli infrarossi, le barre aromatizzanti per l’evaporazione dei liquidi provenienti dal cibo e le griglie di cottura dove posare il cibo. Esternamente, posta sotto al bracere, si trova la vaschetta per la raccolta dei grassi.

La temperatura all’interno del bracere, sempre costante ed uniforme, viene regolata dalle manopole dei bruciatori, con questa semplice operazione è possibile impostare un diverso metodo di cottura a seconda delle pietanze gestendo separatamente le varie zone di cottura.

BARBECUE A CARBONELLA O A LEGNA

bbq-carboneQuesto è il barbecue più conosciuto, molto più semplice a vedersi ma necessita di una certa capacità ed esperienza per raggiungere risultati soddisfacenti.
È composto da un bracere dotato di prese d’aria nella zona inferiore per la regolazione dell’ossigeno in entrata, all’interno si pone il combustibile, da una griglia di cottura, un coperchio composto di termometro esterno e delle piccole prese d’aria per mantenere la temperatura costante ed esternamente della vaschetta di raccolta grassi residui posta sotto al bracere.

Il carbone raggiunge temperature molto alte che tendono gradualmente a scendere, per questo richiede una certa attenzione perché la temperatura all’interno resti costante.
Infine servono 40/50 minuti per portarlo a temperatura e iniziare a cucinare, l’alternativa è utilizzare una ciminiera che permette di accelerare i tempi in cui i bricchetti diventano incandescenti.

BARBECUE ELETTRICO

bbq_elettricoIdeale per i piccoli spazi e decisamente di facile utilizzo questo tipo di barbecue si accende e si utilizza con molta facilità grazie all’alimentazione a corrente che però non può raggiungere temperature particolarmente alte per non consumare troppo, ciò nonostante offre una cottura diretta qualitativamente buona.

È composto di un bracere, una resistenza elettrica estesa su tutto il piano di cottura, una griglia di cottura scaldata dalla resistenza, il puntuale coperchio dotato di termometro e la vaschetta per la raccolta dei sughi di cottura.
Per raggiungere la temperatura ideale ci impiega circa una ventina di minuti e si utilizza come si farebbe con una bistecchiera.

PIASTRE IN ACCIAIO INOX

piastra-InoxNon si tratta di barbecue per l’assenza del coperchio ma per una vita ancora più facile e dei risultati davvero meritevoli si può optare anche per una piastra in acciaio Inox, pronta per la cottura in pochi minuti si pulisce, a fine utilizzo, in ancora meno tempo!
La piastra in acciaio permette di cucinare qualsiasi pietanza senza olio, senza provocare fumi e mescolare i sapori, in maniera professionale esaltando i sapori naturali perché non vengono mai contaminati da fumi e sughi di cottura.

È composta da una piastra di cottura in acciaio Inox, i bruciatori e la vaschetta di raccolta grassi.
Una volta accesa il fuoco riscalderà velocemente la piastra per conduzione e sarà possibile scegliere la temperatura di cottura per mezzo delle manopole, la piastra può essere contemporaneamente utilizzata anche come fornello a induzione per la preparazione di pietanze in pentola o padella.

Una volta compresi i vari metodi di cottura, i tempi di accensione ed eventualmente quelli di manutenzione, la scelta del primo barbecue deve anche essere una scelta fatta un po’ a pelle perché in fin dei conti questo strumento non deve essere considerato supplementare alla cucina tradizionale ma integrato al 100% e sfruttato al massimo.

Con lo strumento giusto è possibile fare una bella grigliata anche durante un'uscita fuori porta.
Con lo strumento giusto è possibile fare una bella grigliata anche durante un’uscita fuori porta.

Per concludere quando non ci sono problemi di spazio ma non si desidera attendere molto per iniziare a cucinare vale la pena considerare l’acquisto di un barbecue a gas, se si preferisce vivere una vera esperienza da griller e si vuole adoperare il barbecue nel tempo libero il prodotto giusto è quello a carbone, in entrambi i casi l’utilizzo sarà talmente ampio da permettere un continuo miglioramento e provare ricette sempre più articolate con grande soddisfazione. Infine se lo spazio è poco, il tempo anche e si cucina per poche persone vale la pena considerare il barbecue elettrico.
Storia a parte per le piastre in acciaio Inox che si discostano dal mondo barbecue ma permettono possibilità e risultati davvero straordinari.

Una volta scelto e provato il barbecue sarà indispensabile impegnarsi le prime volte e non scoraggiarsi subito, se lo strumento è di qualità non potrà essere colpa sua se i risultati non saranno pienamente soddisfacenti, allora basterà rivolgersi a noi o informarsi da chi è più esperto per conoscere la tecnica migliore da adottare davanti ad ogni difficoltà.

Una volta presa dimestichezza ed alimentata la passione si aprirà un vasto ed appassionante mondo sugli accessori e gli strumenti per utilizzare il barbecue al meglio o di ricettari super fantasiosi per sbizzarrirsi ma di questo magari parleremo più avanti.