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Siamo un po’ tutti “PAZZI DA VIAGGIARE”

Storia di una tenda e del suo pazzesco “padrone di casa”

Vi presentiamo Andrea Campanella, una volta era un cliente ora è un amico perché lo abbiamo accompagnato fin dai suoi primi viaggi e lo abbiamo sempre sostenuto, siamo convinti che lui abbia quella vena che tutti cerchiamo per spingerci oltre, per vivere al meglio, per non restare nell’ombra.

Nel 2010 è partito, con una bici, 200 euro in tasca ed una tenda, la nostra tenda, questa tenda!
Così è iniziata la sua metamorfosi, si è trasformato in “PAZZO DA VIAGGIARE” compiendo un susseguirsi di piccole e grandi imprese.
Qualche tempo fa è tornato a trovarci, con la stessa tenda sotto il braccio, un po’ modificata perché le volte in cui l’usura l’ha messa alla prova lui era lontano ed ha risolto in autonomia.

tenda-campanella_01Abbiamo voluto tenere la mitica DENALI II della Salewa per ricordo ma in cambio ne ha ricevuta un’altra ed è ripartito per metterla nuovamente alla prova.

Non potevamo non chiedergli di dedicarci due righe ed ecco puntuale il suo scritto:

“Ciao, sono Andrea, un cuoco Italiano classe ’73,  pedalo per il mondo con uno scopo ben preciso: realizzare e condividere la mia  felicità!

Sono partito sei anni fa in bici, guardaroba minimale e l’essenziale: cucina, materassino, una bottiglia come doccia…
Decine di migliaia di km in bicicletta, altrettanti spingendo, volando, seduto in treno o in affollati taxi: Africa, America, Europa. 30 paesi, migliaia di tramonti, albe…tutto partendo con 200 euro in tasca.
Da un momento all’altro mi trovai a essere quello che avevo sognato da bambino : un viaggiatore!
A dir la verità, dopo svariate migliaia di km, ora sono un senza fissa dimora, un profugo e perciò ho la necessità ed il privilegio di vivere molto nell’ospitalità : case, ville, tenute, stalle, stazioni, scuole, bordelli… in deserti, boschi, savane … credo che mai come nella mia situazione, la frase: “per amare la pioggia devi avere un tetto sopra la testa” sia pertinente.
La tenda lo è divenuto: un tetto di telo, due aste d’alluminio, cerniere, zanzariera, un’ architettura che tesa da e per me è divenuta sinonimo di casa.
Ogni sera un giardino nuovo, una spiaggia, una duna…sempre in compagnia di nuovi vicini o solitari sulla cima di una collina toscana, affianco l’unico pino marittimo in un ondeggiare di colline dorate…
Si perché la vita in tenda è anche saper riappropriarsi degli spazi, del paesaggio, del poter far parte di esso, per esempio preparando una cena sotto le stelle, immersi in luoghi di poetica solitudine o condividendo un accampamento con altri viaggiatori.
In molte culture la tenda è ancor oggi casa, villaggio, comunità, un’ abitazione che comunica con l’esterno, che porta la casa fuori di sè espandendo la sua capacità in un dialogo privilegiato della vita familiare in sussistenza: bambini che giocano, donne che accudiscono il bestiame, fuochi e buchi nella sabbia per cucinare il pane; oltre la nostra tenda qualche decina di metri più in là, gli uomini sacrificano un montone per celebrare l’ospitalità, sacra, autentica, antica del popolo del deserto della islamica Mauritania, un’ occasione da festeggiare nella tensostruttura più importante, quella delle celebrazioni.
Momenti che sembrano ritmicamente rimbalzare come le amate gocce di pioggia sul telo della tenda… Ora smetto altrimenti mi allago la casa di ricordi!”